Il padre del 15enne morto nel 2017 e la reazione dei milanesi dopo l'atto vandalico nel campetto in cui giocava: "Qualcuno strappava i fiori che lasciavamo per lui, ma la gente ci ha sommerso di affetto. Chiederemo che ora il playground si chiami 'Il Girasole'"
A Milano c’è una piccola, grande macchia gialla: ha cancellato il nero attorno, riconcilia con l’umanità oltre ogni umana miseria. Lì, nel playground di via Dezza, nello stesso punto in cui nel 2017 è morto giocando a basket per un attacco di cuore un quindicenne, Alessandro Meszely, da anni si svolge una piccola processione di famiglia: i genitori, Giorgio Meszely e Laura Scolari, in silenzio, hanno sempre lasciato sul posto un girasole, fiore preferito di Ale. Fino a quando una mano anonima ha cominciato a tirarli via, e a quel punto mamma Laura ha appeso un cartello a nome del figlio: "Non strapparmi. Non mi sono più rialzato dopo essere caduto su questo campo. Questo girasole mi ricorda". In italiano stentato, qualcuno ha macchiato lo stesso foglietto con un pennarello: "Se tutti mettono un fiore per ogni morto, Milano sarebbe una pattumiera". La denuncia partita dal Corriere della Sera ha innescato questa incredibile valanga gialla: i girasoli attaccati alla recinzione crescono ora dopo ora, i milanesi si mettono in fila per posarne uno e lasciare un biglietto di vicinanza. Il fioraio vicino continua a raccogliere ordini da tutta Italia. Chi ha letto della storia, vuole testimoniare con un fiore da lasciare anche a distanza. Dal tam tam sui social è nata l’idea di un raduno spontaneo, oggi alle 14.30: “Inondiamo Milano di girasoli”, sembra dire tutta la città. Per l’occasione anche parte dello sport cittadino si è mobilitato, da Marco Riva, presidente del Coni Lombardia, a ex campioni del basket milanese, come Pierluigi Marzorati e Bruno Cerella, fino ai giovani dell’Olimpia e dell’Urania. Giorgio, il papà di Ale, adesso osserva con emozione questa città che si volta come un girasole verso il campetto, verso suo figlio.
Signor Meszely, cosa prova nel vedere tutta fila di girasoli che splende accanto al playground di via Dezza, quello di Ale?
“La prima cosa che provo è gratitudine, poi speranza perché la comunità si è mossa in modo spontaneo, immediato. Quello che ci riempie di gioia è la reazione davanti a un atto di cattiveria gratuita: è questo il punto. A noi, come famiglia di Ale, non interessa trasformare questo campetto in un mausoleo. Anzi, è l’ultima cosa che vorremmo”.
In cosa si trasformerà, dunque, il raduno di oggi?
“L’ho detto chiaramente agli organizzatori: per me ha senso soltanto se non diventa una celebrazione del dolore, ma piuttosto la risposta di un’intera comunità stanca. Ho chiesto che non fosse solo la giornata di Ale o un ricordo continuo della sua morte, che peraltro è già stata raccontata. La parte importante della storia degli ultimi giorni non è la tragedia del 2017: quella è una ferita che resta nostra, personale, incancellabile. Ciò che conta è la reazione di una società satura. Satura di mancanza di empatia. Oggi abbiamo bisogno di atti di gentilezza definitivi, che restino. Se stiamo fermi sulla morte, è come se rimanessimo ancorati al buio. Io preferisco, invece, concentrarmi sul pieno, sulla luce di un girasole, su ciò che di buono può scaturire da una vicenda così dolorosa”.
Che cosa ha rappresentato per lei quel gesto barbaro, i fiori imbrattati, la scritta sul foglio?
“Il biglietto poi imbrattato lo aveva scritto la mamma di Ale. Sia io sia lei portiamo addosso questo dolore, ma quella scritta è nata da una rabbia lucidissima di una madre colpita in qualcosa di indicibile. Dopo la pubblicazione della lettera sul Corriere della Sera è, però, successo un miracolo. È il segno, appunto, della nostra saturazione perché la gente ha bisogno di compiere gesti di gentilezza, di rimettere al centro la cura per gli altri”.
Vi aspettavate una reazione così enorme in città?
“Né io né Laura ci aspettavamo una reazione di questa intensità. C’era la consapevolezza che quella lettera avrebbe toccato delle corde, ma non immaginavamo una risposta così vasta. E, ripeto, non contano i fiori strappati o il biglietto di risposta, ma tutto ciò che è nato dopo. Contano le migliaia di persone che hanno sentito il bisogno di dire ‘noi ci siamo’”.
Questa storia accade a Milano, una città ormai raccontata come dura, frenetica, quasi tendente naturalmente alla disumanità.
“Onestamente, poteva succedere anche a Bologna, Roma, Torino… La nostra Milano sicuramente fa più notizia, ma il punto non è certo la città in sé. Ovunque le persone sono stanche di sentir parlare solo di egoismi, aggressività, indifferenza. Per questo in via Dezza è venuto fuori un bisogno collettivo. È come se, tutte insieme, queste persone vogliano riappropriarsi di un po’ di umanità e dire che è fuori dal mondo l'idea strappare un fiore lasciato per un ragazzo che non c’è più”.
Quello di via Dezza, tra l’altro, non è un campetto qualsiasi per la storia del basket milanese.
“È il campo dove giocava la Borletti negli anni Cinquanta, il più storico del basket in città. Parliamo della squadra di Cesare Rubini, il più grande giocatore milanese di quegli anni. Le sue partite si giocavano lì: non c’era un vero palazzetto, ma un campo all’aperto, con la gente seduta a bordo campo. È un pezzo di città, non soltanto un playground. Tra l’altro, lo sport è sempre stato il mio linguaggio: ho lavorato nel calcio, all’Inter, la squadra mia e di mio figlio, ai tempi del presidente Pellegrini, e nel basket, nell’Olimpia Milano, ai tempi McAdoo, D’Antoni e Meneghin. La mia famiglia è legata da sempre alla pallacanestro, ho un fratello e un nipote allenatori: la reazione di tutta la comunità del basket è stata straordinaria”.
Dal dolore per Ale è nata anche un’associazione, si chiama “The Dab Game” e partecipa al raduno di oggi. Da chi è composta e cosa fa concretamente?
“È un’associazione fatta in gran parte dagli amici di Alessandro: avevano 15 anni all’epoca, ora ne hanno 23, molti sono già laureati e stanno per entrare nel mercato del lavoro. Sono tutti cresciuti senza mai dimenticarlo. Siamo un po’ fuori dai canali soliti di finanziamento, ma abbiamo un duplice obiettivo molto semplice: far crescere questa cinquantina di ragazzi con una precisa idea di etica e lasciare tracce concrete sul territorio, in ambito sportivo e sociale. Ad esempio, abbiamo ricostruito il campo di calcio di San Vittore, che era stato originalmente realizzato per iniziativa di Candido Cannavò. I nostri ragazzi avevano 16-17 anni quando sono entrati per la prima volta in carcere e hanno visto una realtà lontanissima da loro. L’idea era la stessa di Candido, “sghettizzare” il carcere, aprire spazi condivisi, e noi ci siamo inseriti in quella visione. È solo uno dei tanti esempi di come lo sport possa diventare un ponte, non solo un passatempo”.
Guardando avanti, quali sono i prossimi progetti dell’associazione?
“Il primo, già impostato, è un campo di softball per non vedenti, insieme al Milano Baseball 46 e al presidente Selmi. L’altro, che abbiamo appena presentato proprio al comune, riguarda tutti i playground della città: vogliamo mapparli, installare defibrillatori (DAE) ovunque manchino e organizzare corsi primo soccorso BLSD, in collaborazione con un grande ospedale, soprattutto per i giovani che su quei campi vanno a giocare. Non basta avere il defibrillatore appeso al muro, bisogna anche saperlo usare. In generale, l’importante è che i progetti siano sostenibili nel tempo, con questi presupposti siamo aperti a collaborare con tutte le realtà cittadine, anche grandi. Non voglio, però, che passi l’idea di una richiesta di aiuto economico o di una scorciatoia: dico solo che, se ci sarà un progetto serio, ci confronteremo. Per serio, intendo, che stia in piedi per 15-20 anni. Fare un campo bellissimo, tagliare il nastro, coinvolgere tutti e poi non avere le risorse per mantenerlo sarebbe inutile”.
Torniamo a via Dezza, che futuro avrà quel campo?
“Abbiamo presentato formalmente la richiesta perché il campo abbia una denominazione aggiuntiva. Oggi è intitolato a Mario Morella, un grande cestista e, soprattutto, un formatore di generazioni di giocatori di pallacanestro, e non abbiamo nessuna intenzione di far togliere quel nome: per noi va rispettato. L’idea è di aggiungere, semmai, un sottotitolo: semplicemente 'Il Girasole'. Non tanto per legare il campo ad Alessandro, ma per quello che il girasole rappresenta. Questo fiore, per noi, è l’atto di gentilezza definitivo di cui parlavo. Noi possiamo mettere un fiore vero e qualcuno può strapparlo, ma se chiamiamo il campo così e il girasole lo disegniamo fisicamente sul cemento, allora sì che quel segno diventa definitivo”.
Ma lei sa chi è stato l’autore di quegli atti di vandalismo? E le interessa scoprirlo?
“No, non lo so. E, sinceramente, non mi interessa. È proprio un lato della vicenda che non mi riguarda. A me interessa la reazione, il girasole che si muove verso il sole. Ecco, cominciamo a concentrarci sulla luce, smettiamo di parlare solo del buio”.



