Quando nel'95 fu presentata la mozione di sfiducia individuale contro il Guardasigilli

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 C'è un precedente nella storia della Repubblica italiana di aperto conflitto tra un presidente del Consiglio e un suo ministro, poi sfiduciato dal Parlamento.

Era il 1995 - nel pieno dell'inchiesta mani pulite - ed era in carica il governo Dini con il ministro della Giustizia Filippo Mancuso. In nove mesi da guardasigilli l'attività ispettiva e disciplinare di Mancuso aveva investito i magistrati di molte procure d'Italia, dal pool di mani pulite di Milano, oggetto di più d'una iniziativa, a Reggio Calabria, Catanzaro, Biella, fino ad un magistrato membro del Csm. Di pari passo era montata la polemiche tra chi lo accusava di voler bloccare il pool di Milano, e chi lo difendeva dallo 'strapotere' dei pm. Il caso deflagrò nell'estate di quell'anno, quando intervenne l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro esprimendo ''perplessità'' per le iniziative del ministro e criticando la ''demolizione'' del lavoro dei magistrati. Lo scontro istituzionale era aperto.


    Il ministro rispose che il presidente della Repubblica aveva un atteggiamento di ''pregiudiziale contestazione" verso la sua attività e il premier Dini (premier di un governo di larghe intese) si dissociò dicendosi ''in disaccordo'' con le sue parole. Pochissimi giorni dopo, i gruppi progressisti di maggioranza del Senato presentarono ufficialmente la mozione di sfiducia nei confronti di Mancuso. E la giunta del regolamento del Senato stabilì che era ammissibile e, se approvata, avrebbe comportato l'obbligo delle dimissioni del ministro.
    Mancuso, a quel punto, accusò Dini di essere ''supino'' rispetto alle forze politiche che avevano presentato la mozione di sfiducia, ma questi - a sua volta - annunciò che il governo intendeva rimettersi alla decisione del Parlamento. Il 19 ottobre il senato ''sfiduciò'' Mancuso il 19 ottobre 1995 con 173 voti favorevoli (Progressisti, Partito Popolare, Lega Nord e Rifondazione Comunista), 3 contrari e i restanti astenuti. Al momento del voto molto senatori abbandonarono l'aula per contestare la decisione. Nella stessa giornata il presidente della Repubblica affidò al presidente del consiglio Dini l'interim per la giustizia.


    E non finì qui. Il 23 ottobre Mancuso presentò ricorso alla cancelleria della Corte Costituzionale. Il 6 dicembre del 1995, dopo otto ore di Camera di Consiglio, la Corte Costituzionale respinse i ricorsi proposti da lui proposti contro il Senato della Repubblica, la Presidenza del Consiglio e il Capo dello Stato. Alla base c'era questo ragionamento: come ministro di Grazia e Giustizia aveva tenuto un ''comportamento dissonante'' rispetto alla compagine governativa della quale faceva parte e per recuperare l' unitarietà di indirizzo del gabinetto Dini l'unico strumento, per altro legittimo, era la sfiducia personale. 
   

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