Nel 1996 gli azzurri vicecampioni del mondo fecero visita ad una nazionale neonata ed appena uscita da un disastro epocale: ad allietare la festa degli ex jugoslavi arrivò anche la vittoria di Salihamidzic e c.
Non era stata una partita come le altre, non sarà una partita come le altre. A distanza di 30 anni il fato ha rimesso di fronte Bosnia e Italia: diversi gli scenari, diversi i protagonisti, diversa la posta in palio. Ma un comune denominatore c'è e sta nell'eccezionalità dei due eventi: nel 1996 l'Italia vicecampione del mondo fece visita ad una nazionale neonata, in un Paese appena uscito da una guerra fra le più cruente e sanguinose dell'era contemporanea, in un gesto più simbolico che sportivo, stasera le due rappresentative si affronteranno per giocarsi un posto al Mondiale 2026.
la vigilia
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A maggior ragione suonano sterili e vuote le polemiche e il dissing che hanno intriso i giorni della lunga attesa del match di stasera, dalle illazioni di arroganza alle accuse di spionaggio. Ed un plauso a Dzeko e Gattuso, che hanno invece riportato la partita nei confini del campo: il primo - nove anni in Italia e una statura che va ben oltre gol e meriti calcistici - ha ridimensionato l'episodio specifico (“L’esultanza di Dimarco e altri dopo i rigori di Cardiff? Nessun problema, anch’io non volevo giocare con l’Italia. Al giorno d’oggi con i social serve intelligenza: tutti abbiamo visto cosa è successo, e tutto viene ingigantito. Dimarco mi ha scritto che non voleva offendere nessuno, gli ho risposto: ma di che parliamo? Non ci sono problemi”); il c.t. ha a sua volta sottolineato che "non è successo nulla, e della Bosnia abbiamo il massimo rispetto", rimarcando lo spessore umano ed i grandi valori di Dzeko.
30 anni fa
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Quei grandi valori che dimostrò di possedere anche l'Italia del presidente federale Matarrese trent'anni fa, quando acconsentì all'invito dell'omologo Pušina a disputare un'amichevole con la Bosnia Erzegovina il 6 novembre 1996 in una Sarajevo ancora profondamente segnata dalle cicatrici di quattro anni di guerra, tanto che il maxischermo dello stadio, perforato dalle pallottole, era stato coperto da uno striscione con la scritta “Grazie azzurri”. Davanti a 40.000 spettatori, con inizio alle 13.30 perché ancora l'impianto di illuminazione non era stato ripristinato, fu una delle prime gare disputate dalla Bosnia, una nazionale riconosciuta dalla Fifa alla fine del 1995 che aveva giocato la sua prima partita ufficiale contro l’Albania solo nel novembre di quell’anno. Fu anche la prima gara contro l'Italia, nonché la prima vittoria della Bosnia. Un momento dunque epico nella storia calcistica del Paese: dopo 5' andò a segno Salihamidzic (lo stesso che qualche anno dopo approdò alla Juve), poi Chiesa siglò il pareggio, infine Belic fissò il risultato sul definitivo 2-1. “È un risultato che resterà negli annali”, fu il classico commento di Pizzul, a chiusura di una partita-evento che l'indimenticata storica voce del calcio azzurro aveva aperto così: “È quasi inutile sottolineare i significati di questa partita che vanno ben al di là dell’episodio sportivo e calcistico”. Una gara speciale, così diversa e così simile per certi versi a quella di Zenica, stasera.


