L’ex esterno giallorosso al Mondiale con Haiti: "Sono sempre un tifoso giallorosso. Spero di poter giocare nel mio Paese. Ora aspetto una grande occasione, magari in Ligue 1 o di nuovo in Italia"
La Roma nella memoria e nel cuore, il calcio come via di pace, come mezzo per poter far tornare Haiti un Paese normale. Questa la speranza di Ruben Providence, coraggiosa ala della nazionale caraibica che è stato in giallorosso per due anni e ad Haiti non c’è mai stato perché le partite della nazionale del Paese che ha come motto "L’unione fa la forza" non possono essere giocate a Port-au-Prince per questioni di sicurezza. Providence ha quasi 25 anni, un nome pieno di speranza e una carriera segnata da un brutto infortunio che l’ha spezzata in due: c’è un prima e un dopo. Nel finale del serpentone della zona mista di Brasile-Haiti, Lincoln Stadium di Filadelfia, aspettiamo Ruben e gli chiediamo se parla ancora italiano. Ci guarda sorpreso. “Come no!”.
E allora via con la sua storia. Come è arrivato a Roma?
“Avevo 18 anni e venivo dal Psg. Sono rimasto due anni tra Primavera e prima squadra. In Primavera ero con Alberto De Rossi, in prima squadra inizialmente con Fonseca che in Serie A mi ha portato in panchina 14 volte, senza mai riuscire a farmi debuttare purtroppo. Nell’aprile del 2021 mi sono fatto male a una caviglia e mi sono operato. In estate è arrivato Mourinho, ho fatto il ritiro estivo ma dopo una settimana mi sono rifatto male e mi hanno offerto di scegliere tra una nuova operazione e il prestito: sono andato al Club Bruges”.
Cosa non ha funzionato?
“Sono stato sfortunato. L’infortunio è stato determinante, e infatti poi mi ha portato a star fermo un anno e mezzo”.
Ricordi romani?
“Magnifici. Abitavo all’Eur, comodo per andare ad allenarmi, in città mi trovavo benissimo e ancora oggi guardo sempre le partite della Roma, sono un tifoso in più”.
Lei ha giocato tanto con la Francia under 19.
“Si, ma in Francia la concorrenza è tosta, così con l’infortunio e i vari prestiti s’è fatta dura, è venuta fuori la possibilità di giocare con Haiti e l’ho accettata”.
C’è mai stato?
“Purtroppo no. E non ho neanche famigliari lì. Però mi piacerebbe tanto andare”.
E perché non si può? Il calcio, la nazionale, teoricamente rappresentate qualcosa di positivo.
“Senza dubbio, ma è considerato troppo pericoloso e non ci lasciano giocare in casa”.
Speranze che le cose cambino?
“Personalmente sì, ne ho. Ma ci vuole tempo. Per me tra 3-4 anni potremo finalmente farlo, magari prima, perché questo Mondiale può essere molto positivo in questo senso, può essere il motore di un cambio che attraverso il calcio arrivi a tutto il Paese. Io sono certo che lo sport possa fare miracoli in termini di convivenza. O almeno lo spero”.
E il Mondiale? Due partite, già eliminati, cosa vi resta?
“Una grande esperienza a livello personale. E poi siamo una squadra giovane, tra 4 anni potremo essere più competitivi”.
E lei? Ora che farà?
“Sono in Olanda, in Serie B, e aspetto una ‘big move’. Mi piacerebbe andare in Ligue 1, o tornare in Italia”.
Intanto ha affrontato il Brasile.
“Che qualità! Vinicius, Raphinha, che giocatori splendidi. Io provo a fare quel mestiere lì, l'ala che scatta e dribbla, uomo da uno contro uno, e loro sono degli esempi”.
Ha chiesto la maglia a Vinicius?
“No, quando si perde non si chiede la maglia. Però se me l’avesse offerta lui non l’avrei rifiutata!”.
Ruben ride e se ne va. Lo salutiamo con un classico ‘daje!’, si gira e ci regala un ultimo sorriso.

