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Il tecnico tedesco è stato vicino ai rossoneri già sei anni fa. La sua candidatura, portata da Gazidis, spaccò il club, con Boban e Maldini molto contrari. Rivediamo quei mesi di alta tensione...
Francesco Albanesi
27 maggio - 17:56 - MILANO
Che Ralf Rangnick sia stato vicino al Milan in passato non è una novità. “Con i rossoneri ci sono stati dei contatti, ma niente di concreto", diceva Ralf qualche anno fa. Era aprile 2020, il mondo era nel pieno della pandemia e le auto elettriche le stavano ancora pensando. Rangnick era l’Head of Sport and Development Soccer del gruppo Red Bull, si definiva un “trainager” - metà allenatore, metà manager - e ancora non sapeva che, un anno e mezzo dopo, avrebbe steccato alla prima vera chiamata top di carriera con il Manchester United. Tra lui e il Milan c’è sempre stato un rapporto particolare, quasi surreale. Senza mettere piede a Milano, Rangnick riuscì comunque a polverizzare gli equilibri societari, scatenando una specie di Far West interno: da una parte Ivan Gazidis, deciso a portarlo in panchina al posto di Stefano Pioli; dall’altra il duo Maldini-Boban, contrario all’idea dell’amministratore delegato. Ne uscì un polverone fatto di scintille, frecciate, interviste velenose e licenziamenti. Rangnick era il Casper che aleggiava su Milanello. Sei anni dopo, il suo nome è tornato di moda. Stavolta come capo dell'area sportiva.




