L’obiettivo è superare le diseguaglianze nell’accesso alle cure e nei tempi di diagnosi ma anche nelle scelte terapeutiche farmacologiche e riabilitative
10 aprile 2026

E’ la seconda patologia neurodegenerativa dopo la demenza con circa 300mila pazienti e 600mila familiari e un forte impatto sanitario e sociale oltre a costo annuo complessivo di circa 8 miliardi e mezzo di euro. Parliamo della malattia di Parkinson che, secondo le stime più recenti, raddoppierà il numero di casi entro il 2050 e solo in parte a causa del progressivo invecchiamento della popolazione generale. Le diagnosi potrebbe crescere anche perché i fattori alla base della malattia sono essenzialmente ancora ignoti e non sono quindi ancora disponibili strategie di prevenzione efficaci a livello di popolazione. I dati sono stati illustrati durante un evento organizzato dall’Istituto superiore di sanità e dalla Confederazione Parkinson Italia, con la partecipazione dell’Associazione italiana Parkinson e dell’Associazione italiana Parkinson giovanile, in occasione della Giornata mondiale del Parkinson che si celebra l’11 aprile,
I progetti dell’Iss
La malattia di Parkinson è inserita nel Piano nazionale della cronicità approvato, nella nuova edizione, in Conferenza Unificata il 23 ottobre 2025. L’Istituto superiore di sanità sta contribuendo alle attività promosse dal Tavolo di lavoro nazionale promosso dalla Confederazione Parkinson Italia che coinvolge associazioni di pazienti, società scientifiche, istituzioni ed esperti di diverse professionalità. Due risultati concreti sono stati già raggiunti. Sono state redatte le prime linee di indirizzo nazionali per i Percorsi diagnostici assistenziali (PDTA) del Parkinson che mirano a superare l’attuale disomogeneità territoriale e a offrire alle Regioni e Province autonome uno standard di qualità a cui adeguarsi. Il secondo risultato è la stesura di un protocollo di studio per l’avvio della più ampia indagine nazionale mai condotta in Italia sui principali bisogni clinico-assistenziali delle persone con Parkinson e dei loro familiari. La survey, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, verrà condotta nei prossimi mesi e i risultati saranno disponibili entro la fine dell’anno.
Gestione a macchia di leopardo
“L’Iss – ha spiegato il presidente Rocco Bellantone - si sta impegnando inoltre per poter realizzare l’aggiornamento delle Linee Guida sulla diagnosi e trattamento della malattia di Parkinson che risalgono ormai al 2013. Va sottolineato come questo strumento delle linee guida potrà consentire insieme alla stesura di Pdta di qualità di superare quelle diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure e nei tempi di diagnosi e nelle condotte terapeutiche sia farmacologiche che riabilitative”.
Oggi infatti l’Italia ha una gestione del Parkinson a macchia di leopardo: il censimento nazionale condotto dal Tavolo di lavoro fotografa una situazione critica con appena 21 documenti di PDTA attivi, di cui solo 8 a livello regionale e con più di un quarto che non prevede alcun sistema di monitoraggio strutturato. Il documento delle Linee di indirizzo verrà portato in Conferenza Unificata nelle prossime settimane.
“Il contesto attuale delle policy per le persone con Parkinson ed il loro familiari è estremamente favorevole afferma Nicola Vanacore , direttore del reparto Promozione e valutazione delle politiche di prevenzione delle malattie croniche dell’Iss - e il finanziamento recentemente inserito nell’ultima legge di Bilancio costituisce un segnale concreto di attenzione verso questa patologia e verso le esigenze assistenziali e di ricerca ad essa correlate”.
Molteplici cause alla base della malattia
Le evidenze scientifiche mostrano che la malattia non è il risultato di una singola causa, ma nasce dall’interazione tra predisposizione genetica, esposizioni ambientali e stili di vita, che si accumulano nel tempo.
“Oggi sappiamo che il Parkinson non è una malattia inevitabile né esclusivamente genetica - afferma Mario Zappia, presidente della Società italiana di neurologia (Sin) -. È il risultato di una serie di fattori che agiscono lungo il corso della vita, molti dei quali sono potenzialmente modificabili. Questo apre spazi concreti per una prevenzione più efficace”.
Tra i principali fattori di rischio riconosciuti rientrano l’età, alcune varianti genetiche, le esposizioni ambientali – come pesticidi, solventi industriali e inquinamento atmosferico – i traumi cranici, ma anche condizioni metaboliche quali diabete, ipertensione e sindrome metabolica, associate a una maggiore probabilità di sviluppare la malattia e a forme clinicamente più severe. Negli ultimi anni è cresciuta inoltre l’attenzione sul ruolo dell’infiammazione cronica e sul legame tra intestino e cervello.
Zappia (Sin): agire sugli stili di vita
Accanto a questi elementi, esistono ambiti su cui è possibile intervenire. L’attività fisica regolare si conferma uno dei fattori protettivi più solidi, mentre un’alimentazione ispirata alla dieta mediterranea è associata a un rischio più basso e a un decorso più favorevole della malattia. Anche la qualità del sonno rappresenta un aspetto centrale nella tutela della salute cerebrale.
“Agire sugli stili di vita significa intervenire prima che la malattia si manifesti pienamente - prosegue Zappia - . È lo stesso modello che ha consentito risultati importanti nella prevenzione cardiovascolare e oncologica. Oggi dobbiamo applicarlo con la stessa determinazione anche alle malattie neurologiche”.





