Papu Gomez: "Il calcio è un circo, dopo la squalifica so chi mi vuole bene. Devo dire grazie a mia moglie"

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L’argentino, oggi al Padova, torna sulla sospensione di due anni per doping: "Alla sentenza definitiva mi è crollato tutto. Sono andato in terapia e mi ha aiutato mia moglie Linda. Il futuro? Le 8 partite che ho giocato in biancorosso non mi bastano, ho un contratto e voglio rispettarlo"

La seconda vita del Papu Gomez non è quella che è iniziata il 18 dicembre di quattro anni fa stringendo in mano la Coppa del Mondo e che finirà il prossimo 19 luglio, quando non potrà più dire di essere campione del mondo in carica. La seconda vita del Papu - che poi a spanne è almeno la quarta o la quinta - è quella che sta vivendo in questi giorni: per viverne un’altra ancora. "Duecento chilometri al giorno per essere pronto il 10 luglio per il Padova, all’Isokinetic di Bologna curo la caviglia che ho 'pulito' a marzo: osteofiti, non ne potevo più di giocare infiltrato e dopo un mese e mezzo di terapia conservativa non riuscivo neanche a correre".

Osteofiti e un’altra operazione dopo quella di Siviglia, ma all’altro piede: forse i santini con la sua faccia che fecero a Padova servirebbero a lei. Troppe botte per quelle caviglie

"Un infortunio muscolare dopo quasi due anni ad allenarmi da solo ci stava: questo no, mi ha fatto arrabbiare. Ma fa parte del mestiere, e del mio ruolo: uno che punta l’uomo ed è sempre nelle mischie, prende più falli. Sì, mi hanno picchiato abbastanza".

In carriera più botte fisiche o psicologiche?

"Di sicuro le seconde fanno più male: profonde, fatichi di più a recuperare. Se ti stiri, sai che dopo un mese il corpo si curerà da solo: la mente è complicata, il modo per tornare bene lo devi cercare dentro di te".

La squalifica? La vita ti fa questi scherzi, e mi sono detto: 'Doveva capitare. E dopo un errore, ora diventa una persona migliore'

Papu Gomez

La botta più forte: la squalifica per doping. Ha mai più preso uno sciroppo nella sua vita?

"La tosse nella notte, la medicina di mio figlio, il controllo a sorpresa il giorno dopo: quasi un film. La vita ti fa questi scherzi, e mi sono detto: 'Doveva capitare. E dopo un errore, ora diventa una persona migliore'".

In quel periodo si è sentito anche solo: "Sono spariti in tanti", ha detto.

"In questo circo che è il mondo del calcio, tanto ego e tanto show, quando tutto va bene sei circondato da quelli che chiamo gli amici del campione: io ho cercato di avere un circolo molto ristretto, ma è successo lo stesso. Però ora so chi c’è davvero, quali sono le persone vere".

Ricorda il giorno preciso in cui si è detto: smetto di giocare?

"Non un giorno, ma un periodo: i primi tempi dopo la squalifica. Uno mi diceva 'Ti danno sei mesi', un altro 'un anno', un altro ancora 'Andiamo al Tas'. Io continuavo ad allenarmi da solo, alla sentenza definitiva mi è crollato tutto: alle 7 portavo i bimbi a scuola e poi mi ammazzavo di padel, solo una scappatoia per riempire il tempo. Mi sono detto: mi metto a studiare e faccio il corso per allenatore, o procuratore. Niente: 'Non puoi, sei sospeso per doping'. Una follia, come se fossi un malato: invece di aiutarti, ti tagliano fuori da tutto quello che sai fare".

A proposito di smettere: ha cinque milioni di follower su Instagram, ma oggi vive i social in modo diverso.

"Ad un certo punto un pensiero mi ha frenato l’istinto: voglio davvero far vedere questo, e a chi? Oggi non mi servono riflettori, l’accettazione della gente: posto solo se mi va davvero, e quello che mi va davvero".

Ha voglia di parlare del percorso psicologico che ha fatto?

"Più o meno sei mesi: colloqui a distanza con un analista argentino. Non mi serviva sfogarmi, solo 4-5 consigli per la mia quotidianità: cose da far diventare reali, nella vita di tutti i giorni. E poi mi ha aiutato mia moglie Linda: lei è avanti di anni. Studia psicologia, ha fatto il corso di coaching mentale: quando cresci insieme, ti conosci da più di vent’anni, magari la routine non ti fa ricordare chi hai vicino, ma poi nei momenti bui pesi quanto vale averla".

Faticavo a vivere nel presente, soprattutto nel mio mestiere: Inseguivo i ricordi, oppure pensavo: oggi gioco qui, domani dove giocherò? Ma conta chi sono e cosa faccio oggi

Papu Gomez

La vera eredità di questo percorso?

"Ho capito che faticavo, soprattutto nel mio mestiere, a vivere nel presente. Inseguivo i ricordi, oppure pensavo: oggi gioco qui, domani dove giocherò? Dovevo godermi di più il momento: conta chi sono e cosa faccio oggi".

Quando si è infortunato, da capitano del Padova si è ritrovato capitano non giocatore e oggi, dai segnali che arrivano, il club non sembra così convinto di puntare ancora sul Papu...

"Ho un altro anno di contratto e a Padova sto bene, qui sta bene la mia famiglia: no, non ho intenzione di andarmene. Sto lavorando forte e conto di essere pronto per il ritiro precampionato, visto che non ne faccio uno da tempo. Le otto partite che ho giocato con questa maglia non mi bastano".

Ma a 38 anni qual è il traguardo che la tiene vivo?

"La passione per il pallone, prima che per il calcio: ne guardo pochissimo, vivo con più fatica allenamenti, ritiri, viaggi. Però quando annuso il profumo dell’erba perché entro in campo, sento che lì sono ancora felice".

Papu Gomez(10 Padova) dolorante e   deluso   durante la partita di  Serie B tra Padova e Mantova allo stadio Euganeo  di Padova, Italia - sabato  17  gennaio 2026

Ancora per un mesetto scarso può sentirsi campione del mondo in carica...

"Sa che ogni tanto ci penso? Credo sarà un Mondiale divertente e molto equilibrato. L’Argentina ha giocatori che con quella maglia addosso diventano più forti e sono più esperti, a cominciare da Messi: questa squadra è più forte di quella che ha vinto il Mondiale in Qatar".

L’ultima: lei pensa mai che avrebbe potuto giocare, perché la cercarono, con Inter, Milan, Atletico Madrid? Oppure guadagnare una barca di soldi all’Al-Hilal?

"Mai, nessun rimpianto. Forse l’unico è essere andato in Ucraina, ma se non ci fosse stato il Metalist, magari non ci sarebbe stata l’Atalanta: si è chiusa una porta e si è aperto un portone sulla carriera che immaginavo da piccolo sognatore quale ero. Più di 300 partite in Serie A, forse ho fatto un pezzettino di storia nel calcio italiano: per me è il massimo così".

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