L'ex terzino, doppio ex della sfida, gioca la partita di domani: "A Roma ho realizzato tutti i miei sogni, peccato per lo scudetto del '99. Ricordo il discorso di Maldini dopo la finale persa a Istanbul nel 2005..."
Qualcuno che lo chiama Giuseppe ancora c’è: "I miei genitori, mio fratello e mia sorella. Stop. Lei è stata la prima a tirar fuori il soprannome “Pippo”... ". Pippo Pancaro. Il vecchio terzino di Milan e Lazio con 10 trofei con entrambe, tra cui due scudetti. "Lulù Oliveira iniziò a chiamarmi così a Cagliari, poi, in biancoceleste, eravamo in tre: io, Giuseppe Favalli e Giuseppe Signori. “Qui è complicato...”, disse Eriksson durante una riunione. Così alzai la mano. “Tranquillo, mi chiami Pippo...”".
Ora la chiamano... mister.
«Sì, anche se sono in attesa da un po’. L’ultima tappa è stata a Monopoli nel 2023, il tutto dopo Pistoiese, Catanzaro, Catania e Juve Stabia. Aspetto l’occasione».
Nel frattempo, calcio e padel?
«Macché, tennis! Ho provato il padel, ma ho troppi dolori. Non è adatto al mio fisico. Il tipo di gioco è traumatico: scatti, cambi di direzione continui, velocità che cambia, una superficie dura. È un po’ come il calcetto".
Stasera libero, però: c’è la sua partita, Milan-Lazio.
"Non mi chieda per chi faccio il tifo perché è impossibile. La Lazio ha realizzato tutti i miei sogni, il Milan mi ha permesso di vivere uno spogliatoio straordinario e di giocare una delle annate migliori della mia vita, quella del mio secondo scudetto, 2003-04. Avevo 34 anni e mi davano tutti per finito. Ho dimostrato il contrario".
Il più iconico dei suoi 10 trofei con entrambe?
"La Coppa delle Coppe, a Birmingham, nel 1999. Ricordo il mio lancio per Vieri, che segnò con la testa fasciata, e la marea di laziali sotto la curva".
Ora la Supercoppa Europea, 1999.
"Ferguson disse che la Lazio era la squadra più forte del mondo e che quel trofeo era uno dei suoi rimpianti più grossi. Ricordo Beckham, sulla mia fascia, e il naso rotto di Inzaghi dopo uno scontro contro Stam. Il bello è che Salas, subentrato proprio a Inzaghi, segnò il gol vittoria. Poi, due anni dopo, a Simone organizzammo uno scherzo. Gli facemmo credere che Stam ce l’avesse con lui".
E del 14 maggio 2000 cosa ci racconta?
"Un solo flash: io, Mihajlovic, Stankovic e Conceiçao che ci abbracciamo dopo il fischio finale di Perugia. Lacrime, radioline che saltavano, bottiglie di spumante. Qualche giorno dopo ci presentammo a Milano per giocare il ritorno della finale di Coppa Italia contro l’Inter. C’è chi aveva i capelli blu, come Ballotta. E conquistammo il trofeo".
Un rimpianto degli anni laziali?
"Due. Il primo è lo scudetto perso nel 1998-99, proprio a scapito del Milan. Contro la Fiorentina ci negarono un rigore netto su Salas, poi pareggiammo 0-0 a Empoli e perdemmo 3-1 con la Juve. Lo scudetto del 2000 lavò via tutta l’amarezza, la delusione, i torti che avevamo subito. Il secondo rimpianto è legato alla sconfitta per 5-2 col Valencia ai quarti d’andata di Champions del 2000. Con un pizzico di esperienza in più, quel trofeo l’avremmo vinto".
Ha mai avuto offerte per andare via?
"Nel 2000 il Middlesbrough voleva raddoppiarmi lo stipendio, ma scelsi di restare a Roma".
Che rimpianto lo scudetto perso nel 1999 con la Lazio, a scapito del Milan.
Giuseppe Pancaro
E il Milan come arrivò?
"Avrei chiuso la carriera alla Lazio, ma c’erano già le avvisaglie dei problemi societari. Avevo perso motivazioni, l’annata non era andata bene e alla fine andai via, ma ebbi la fortuna di entrare in uno spogliatoio di campioni. Il rosso e il nero erano i colori della squadra del mio paese, l’Acri. Per questo mi sono sempre sentito a casa".
I tifosi le dedicarono un coro.
""Eran quasi le tre, eri in giro con me, Pippo Pancaro alè...". Vincemmo lo scudetto dopo un testa a testa contro la Roma. L’unico rimpianto resta la finale di Champions persa in quel modo, ma non è vero che festeggiammo a fine primo tempo. In albergo Maldini fece un discorso".
Cosa vi disse?
"Sarà stata l’una di notte. Nessuno riusciva a dormire. Ci ritrovammo nella hall. Paolo ci disse che ci saremmo dovuti rifare subito. E infatti andò così, ma io ero già andato via".
Attualità, ora. Come si marca Leao?
"Stretto, duro, senza possibilità di farmi puntare. Devi giocargli attaccato alle caviglie. La sua fortuna è stata incontrare Allegri, che io conosco dai tempi in cui giocavamo a Cagliari. Lui è stato un genio nel capire che uno come Leao non deve correre all’indietro, ma fare una sola fase".
Bartesaghi le piace, invece?
"Molto. E anche Palestra".
Ma Modric, nella sua Lazio o nel suo Milan di campionissimi, avrebbe giocato?
"Non so. Simeone, Veron, Pirlo, Gattuso, Kakà, Seedorf… farei fatica a toglierne uno".
Il Milan può vincere lo scudetto?
"La variabile è il centravanti, ma Leao può risolvere i problemi dei rossoneri. Davanti a tutti c’è sempre l’Inter, poi è un campionato equilibrato".
Che idea si è fatto della situazione in casa Lazio?
"E’ il momento più basso della gestione Lotito. La società non programma, non fa investimenti ed è lontana dai vertici. All’interno di queste difficoltà, Sarri e la squadra stanno facendo il massimo. Tra i giocatori che amo di più c’è Gila: fortissimo".



