Padre e figlia alla conquista del Sudafrica: la gara di gravel di Fondriest e Carlotta

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Per festeggiare i 60 anni, il ciclista iridato 1988 ha partecipato con la figlia a una gara di 800 chilometri. Notti gelate, tracciati complicati, contrattempi: "Quest’esperienza, bellissima e piena di pericoli, è una grande metafora della vita"

Alessandra Giardini

Collaboratore

29 novembre - 11:24 - MILANO

L’intenzione era quella di fermarsi a ricordare. “Dire sessant’anni fa un certo effetto, e avevo voglia di guardarmi indietro, di raccontare quello che ho passato, da quando ero bambino alla scoperta del ciclismo, le prime vittorie, il Mondiale e tutte le esperienze stupende che ho vissuto”. Maurizio Fondriest non sapeva esattamente come fare, l’occasione è venuta quasi per caso. È successo al Tour de France, una sera. Ha incontrato Kevin Vermaak, l’ideatore della Cape Epic, che conosce da almeno 15 anni. Kevin gli ha raccontato il suo ultimo progetto, gli ha spiegato che stava cercando di organizzare questa gara-avventura gravel in Sudafrica. “Mi ha strappato una promessa, sai, quelle cose che si dicono tanto per dire. ‘Se riesci a farla davvero, chiamami che ci sto, vengo a raccontare la mia vita’. Un mese dopo mi telefona e mi fa: ‘È tutto organizzato’. Non sapevo bene come tirarmi indietro. A quel punto è stata mia figlia Carlotta a spingere sull’acceleratore: ‘Dài papà, facciamola. Vengo con te’”. E l’idea è diventata reale.

BELLEZZA SELVAGGIA

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In vista della nuova avventura, Maurizio non ha cambiato molto le sue abitudini. Usciva in bici come al solito: “Gareggiare non mi piace più, contro chi dovrei correre a sessant’anni? La domenica vado fuori con mia moglie, in mountain bike magari”. È appena arrivato a 11mila chilometri in questa stagione. Carlotta invece ha cominciato a studiare, sapeva a memoria percorsi e dislivelli, guardava i video e si è allenata sul serio. “È testarda, Capricorno come me. Va in bici soltanto da quattro anni, prima faceva pattinaggio artistico. Io avevo soltanto paura per la gamba, lei soffre di endofibrosi iliaca, ha fatto il master in Fisiologia, la tesi sul suo problema. E sta continuando queste ricerche, è il suo lavoro. Io le ho detto: ‘Andiamo senza stress, detti tu il ritmo, io ti seguo’. Ma mi ha davvero sorpreso”. A fine ottobre, la spedizione Fondriest - a Carlotta si è aggregato anche il suo fidanzato, Giovanni Stefania, che fa il biomeccanico - è volata in Sudafrica per prendere parte alla prima edizione della Nedbank Gravel Burn, 800 chilometri in tutto di cui il 90 per cento su sterrati, da Knysna alla Shamwari Game Reserve. Sette tappe in solitaria per sette giorni, 110 chilometri al giorno. Lunghe giornate in bici, ovviamente gravel, salite impegnative e discese tecniche e complicate. Ogni tappa presentava un dislivello tra i mille e i duemila metri. Il tutto immersi nella bellezza selvaggia del Grande Karoo. E le notti in tenda al gelo, complice una forte escursione termica.

IL MOMENTO DELLE COSE BELLE

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Ma prima di andare a dormire c’erano le sere davanti al fuoco tutti assieme (corridori, meccanici, volontari, organizzatori, addirittura un deejay) per mangiare, scaldarsi e asciugare vestiti e scarpe. Per parlare e ridere insieme. Per Fondriest è stato il momento giusto per aprirsi e raccontare questi primi sessant’anni. “È bastata una settimana per ricordarmi il significato vero del ciclismo. Quest’avventura, bellissima e accidentata, piena di meraviglia e di pericoli, è davvero una grande metafora della vita. Devi stare attento, ma sapere anche quando buttarti. Devi saperti adattare, sopportare, cambiare. Abituarti a strade che possono essere sconnesse e tante scomodità. Ma se lo fai con il sorriso è tutto più facile. E, se vai avanti, presto o tardi arriverà il momento delle cose belle”. Lo stesso mantra che ha accompagnato il suo percorso da campione di ciclismo: dedizione, sacrificio, passione, tenacia. E in più l’amore della famiglia, della moglie Ornella e dei loro tre figli. “Maria Vittoria vive a Zurigo e lavora per un’azienda americana di servizi informatici, la Salesforce. Carlotta allena, è sempre in mezzo ai ciclisti. Lorenzo, il più piccolo, studia Ingegneria al Politecnico di Milano. Mi ha detto che alla prossima Gravel Burn verrà lui con me. Ma prima si deve allenare e comunque non sarà l’anno prossimo, ho già un progetto in Sudamerica”. A casa Fondriest studiare è sempre stato una priorità. “Abbiamo cercato di trasmettere ai ragazzi il valore del sacrificio, e gli abbiamo dato opportunità di conoscenza. Loro sono stati bravi”. 

campionessa

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E bravissima è stata Carlotta, che ha chiuso la Gravel Burns al primo posto nella sua categoria di età. “Non era nei programmi, in principio. Ma un giorno ha preso la maglia, poi l’ha persa nell’unico giorno di crisi che ha avuto. E all’ultima tappa l’ha ripresa, ci siamo divertiti tantissimo”. Grazie a una capacità di adattamento non comune. Per Maurizio era la prima volta in gravel. Ha pedalato su una Fondriest Ardenne, omaggio alla terra dove vinse la Freccia Vallone nel 1993: telaio in carbonio, montata con componenti Fsa Vision. “Dove abito io, uso la bici da strada o la Mtb. La gravel è una bici da strada con ruote che ti permettono di andare su strade sterrate, è bellissimo. Non sono mai caduto, soltanto Giovanni ha sbattuto la spalla, ma niente di grave. E nessuno di noi ha mai forato. Avevamo ruote della Vision, che hanno un canale largo, e abbiamo montato gomme da 45, a ripensarci forse sarebbero state meglio quelle da 50. Ma abbiamo guardato il bilanciamento tra prestazione e l’esigenza di non forare, ed è andata bene”.

I SORRISI E LA VITTORIA

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Maurizio racconta che già la prima tappa li ha messi a dura prova. “Il primo giorno abbiamo preso un diluvio gigantesco: acqua fitta per sei, sette ore di bici. Eppure la sera sorridevamo tutti, non soltanto noi tre. Come ci ha detto Kevin la prima sera, ‘i vostri sorrisi sono la mia vittoria’”. La prima sera il fidanzato di Carlotta si è dimenticato le scarpe vicino al grande fuoco e ne ha bruciata una. “Io ho un po’ sciolto il casco. Succede. Ma la cosa sorprendente è stata di nuovo l’organizzazione: Giovanni porta il 49, per cui eravamo rassegnati a non trovare altre scarpe. Abbiamo tagliato la punta e abbiamo riparato col nastro americano. Ma alle 6 del mattino sono arrivati con un paio di scarpe del suo numero”.

LE PECORE E IL COLLEGE

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Sveglia alle 5, ancora col buio, la tappa partiva alle 7.30. “Ognuno aveva il suo ritmo. Io mi fermavo sempre ai ristori, mi riempivo le tasche di carne secca e patate lesse. Animali ne abbiamo visti pochi, giusto qualche zebra, penso che il rumore, soprattutto quello degli elicotteri, li abbia tenuti lontani. Ero già stato in Sudafrica, ero stato a Città del Capo con Stephen Roche, ma non in mezzo al Paese. C’è gente che vive molto isolata. Una sera eravamo in un campo tendato nel parco di una farm e io ho chiesto alla signora, che ha le pecore e fa la lana merino, se mi prestava due coperte da casa sua perché avevo freddo. Mi ha raccontato che i figli stanno con loro soltanto nel weekend, durante la settimana li lasciano al college a 80 chilometri da lì”.

LA TAPPA ANNULLATA

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Natura incontaminata, silenzio interrotto soltanto dai versi degli animali e dallo sferragliare di 500 biciclette. I partecipanti venivano da tutto il mondo, e alla fine di ogni tappa si ritrovavano in un enorme villaggio allestito giorno per giorno in mezzo alla savana o nei parchi di grandi farm. File lunghissime per il bagno e per le docce, e quando toccava a te magari trovavi l’acqua fredda, il ristorante comune in un’altra tenda, e poi ancora un bar, un palco per le premiazioni e tende singole per dormire. C’era anche un grande truck con i pannelli solari sul tetto: serviva a caricare luci, pile e telefoni. “Un’organizzazione perfetta, clamorosa. E le difficoltà sono state tante: una mattina ci siamo svegliati e abbiamo trovato il ghiaccio sulle tende. Un altro giorno c’era un vento così forte che ha fatto cadere il palo che teneva su uno dei tendoni: si è deciso di annullare la tappa. L’abbiamo corsa lo stesso ma senza il tempo”. Condizioni estreme, ma uguali per tutti i concorrenti. “Nelle tende vicino a noi c’erano Tom Pidcock (due ori olimpici e i Mondiali su strada 2017; ndr) con la fidanzata, anche lui sempre sorridente, non l’ho mai sentito lamentarsi. E poi c’erano Douglas Ryder, l’ex pro, e McQuaid. C’era anche Ivan Glasenberg, il miliardario sudafricano che ha comprato la Pinarello: anche lui dormiva in tenda col sacco a pelo, anche lui faceva la fila per il bagno. Non ho mai sentito nessuno brontolare”. Fondriest voleva fermarsi per ricordare, non è stato fermo un attimo.

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