Otto Rehhagel e il capolavoro della Grecia operaia

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Greece's coach Otto Rehhagel (C) celebrates with defender Georgios Seitaridis (L) and Chalkias Konstantinos, 04 July 2004 at the Luz stadium in Lisbon after winning the Euro 2004 final match between Portugal and Greece at the European Nations football championship in Portugal. Greece won 1-0 to be crowned European Champions.
AFP PHOTO Francois GUILLOT (Photo by FRANCOIS GUILLOT / AFP)

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Chiamato per rianimare una nazionale che non aveva mai vinto una partita in una grande manifestazione, il tecnico tedesco creò un gruppo di cemento, odiato da tutti ma invincibile. E trionfò ad Euro 2004, contro ogni pronostico

Alessandra Giardini

Collaboratore

27 giugno - 10:13 - MILANO

I greci il calcio l’avevano sempre amato. Ma erano convinti di non essere abbastanza bravi. Agli Europei si erano qualificati una volta sola, nel 1980. E nel 1994 erano andati ai Mondiali americani, ma erano tornati a casa senza aver vinto neanche una partita. Nessuno si era meravigliato: la Grecia non aveva mai vinto neanche una volta in un grande torneo internazionale. Anzi. Non aveva neppure mai segnato un gol. Per cambiare questa mentalità rassegnata, dissero proprio così, quelli della federazione greca decisero di andare a prendere un esperto allenatore tedesco famoso per la tattica e soprattutto per la sua intransigenza. Aveva fatto una specie di magia con il Kaiserslautern: lo aveva preso che era appena retrocesso, lo aveva portato a risalire in Bundesliga immediatamente e l’anno dopo - nel ‘98 - a vincere il campionato da squadra neopromossa. Nel calcio tedesco una cosa del genere non si era mai vista. Lui si chiamava Otto Rehhagel, non sapeva niente della Grecia e non capiva una parola di greco. E certamente non sarebbe stato sensibile alle pressioni dei grandi club. I giornali di Atene non la presero benissimo, va detto. I giocatori ricordano ancora il primo discorso del ct, quando disse che dovevano cambiare. "Da noi il calcio è prima di tutto tifo: ci sono l’Olympiacos, il Panathinaikos, l’Aek. La prima cosa che ci ha insegnato è che questa cosa doveva finire, e che la nazionale doveva venire prima di tutto". 

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