Obesità: cala nei Paesi ricchi, aumenta altrove

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Un vasto studio che ha analizzato 45 anni di dati riguardanti 232 milioni di persone traccia l'andamento dei tassi di obesità nel mondo, mostrando un'allarmante dicotomia: da un lato il numero di persone obese rimane stabile, e in alcuni casi cala, in molti Paesi ricchi; dall'altro la malattia si diffonde sempre più rapidamente nei Paesi a basso e medio reddito, dove crescono lavori sedentari e consumo di cibi ultraprocessati. I risultati sono stati pubblicati su Nature.

C'è chi scende e c'è chi sale

L'obesità è una malattia che colpisce circa una persona ogni otto, l'equivalente di un miliardo di abitanti del Pianeta. La maggior parte dei report sul tema parlano dell'obesità come un'emergenza globale, e ne analizzano i dati a lungo termine: in questo studio i ricercatori hanno voluto invece osservare il fenomeno più da vicino, studiandone i cambiamenti anno per anno attraverso l'esame di oltre 4.000 studi sul tema condotti tra il 1980 e il 2024 in 200 diversi territori e su 232 milioni di persone di età superiore ai cinque anni.

I risultati evidenziano una chiara dicotomia, un mondo spaccato a metà tra zone come l'Africa subsahariana, l'Asia meridionale e sudorientale, l'America Latina e le isole del Pacifico e dei Caraibi, dove i tassi di obesità stanno salendo vertiginosamente, e aree più ricche come Europa occidentale, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, Giappone e Taiwan, dove non solo i tassi di obesità si stanno stabilizzando, ma in alcuni casi (in Italia, per esempio) stanno addirittura diminuendo. In entrambi i casi la tendenza riguarda soprattutto bambini e adolescenti.

Fast food, lavori sedentari e maggiore ricchezza

A favorire il rallentamento e la diminuzione dei tassi di obesità nei Paesi ricchi sono stati diversi fattori: prima tra tutti la maggior consapevolezza, a partire dagli anni 2000, dei rischi legati a questa malattia; poi la diffusione di cibi più sani, soprattutto tra chi ha reddito e istruzione più elevati; infine, seppur con impatti limitati, potrebbe aver giocato un ruolo anche la cosiddetta sugar tax (in Italia non ancora entrata in vigore), la tassa sulle bevande zuccherate.

Nei Paesi più poveri, al contrario, a favorire l'aumento dei tassi di obesità sarebbe stato, in una sola paradossale parola, il benessere: la meccanizzazione del lavoro e dei trasporti con il conseguente abbandono di campagne e biciclette, l'aumento del potere d'acquisto dei cittadini e l'apertura ai mercati globali con il passaggio da alimenti freschi e locali a cibi ultraprocessati.

A questo si aggiunge il fatto che i sistemi sanitari di questi Paesi erano occupati fino a poco fa (e in parte ancora oggi) a non far morire di fame i propri cittadini, e dunque non hanno badato alla diffusione di cibi con scarso valore nutrizionale.

I risultati mettono in luce un quadro tutt'altro che omogeneo: l'obesità non può quindi essere combattuta con le stesse armi in tutto il mondo, ma ha bisogno di politiche sanitarie ad hoc per ogni Paese, costruite sulla base della situazione attuale locale.

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