Una sfida ricca di storia: da un lato gli americani che guidarono i bombardamenti Nato. Dall’altro una nazione nata dalle ceneri della guerra, con 350 mila connazionali negli States, che sogna lo sgambetto allo Zio Sam
Usa-Bosnia, sedicesimo del Mondiale americano, non dura né 90, né 120 minuti: è lunga 30 anni almeno. Da un lato la squadra di Pochettino che elettrizza gli Stati Uniti con quello strano sport chiamato "soccer" e dall’altro l’orgoglio bosniaco, che gli azzurri conoscono sulla loro pelle, in un incrocio bizzarro del destino. La chiamano già "la partita di Dayton", la città nell’Ohio dove si conclusero nel 1995 gli accordi di pace da cui nacque la Bosnia-Erzegovina come la conosciamo oggi. È la sfida tra la superpotenza americana che contribuì a fermare una delle guerre più sanguinose dell'Europa del dopoguerra, accogliendo poi centinaia di migliaia di sfollati, e il piccolo Paese balcanico che dalle ceneri del conflitto, malgrado tutto, è andato avanti tra mille contraddizioni, anche attraverso lo sport, fino a sognare un riscatto anche con la Coppa del Mondo.
nella storia
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Gli americani si sono messi in testa di stupire pure col pallone e questo Mondiale vogliono addirittura vincerlo. I bosniaci sono trascinati da un entusiasmo contagioso e senza più nulla da perdere: la condizione migliore per fare lo sgambetto allo Zio Sam. Per loro, però, sarà impossibile separare il calcio dalla memoria, anche perché negli States vive una delle più grandi comunità bosniache del pianeta: dopo la guerra nella prima metà degli anni Novanta decine di migliaia di profughi trovarono rifugio negli Usa e oggi la diaspora supera le 350.000 persone. La sola area di St. Louis ospita la più grande comunità bosniaca fuori dall'Europa: lì nel Midwest la chiamano direttamente "Little Bosnia". Domani si sposterà in massa verso Santa Clara, area di San Francisco: farà caldo al Levi’s Stadium, ore 17 della California, 2 della notte italiana.
le ferite
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I fatti sono noti, tra il 1992 e il 1995 la Bosnia-Erzegovina fu devastata da un conflitto che provocò circa centomila morti, centinaia di migliaia di sfollati e alcuni dei peggiori crimini commessi in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale. Se l'assedio di Sarajevo durò quasi quattro anni, la pagina più oscura fu nel luglio del 1995 con il genocidio di Srebrenica: 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi, appartenenti all’etnia musulmana del Paese, furono uccisi sistematicamente. Dopo che per oltre tre anni la diplomazia internazionale era sembrata incapace di fermare il massacro, in quell’estate gli Stati Uniti decisero di assumere la guida dell'iniziativa politico-militare: l'operazione "Deliberate Force" fu una campagna di bombardamenti contro le postazioni serbo-bosniache destinata a cambiare definitivamente gli equilibri sul terreno. Fu la più grande operazione militare della Nato dalla sua nascita e costrinse tutte le parti a sedersi al tavolo delle trattative. Pochi mesi dopo, a novembre, nella base aerea di Wright-Patterson, vicino a Dayton, vennero conclusi gli accordi che posero fine alla guerra e al massacro. Il "Dayton Agreement" non fu soltanto la base per un trattato di pace poi firmato a Parigi, ma disegnò l’assetto istituzionale della Bosnia-Erzegovina contemporanea, ancora oggi in vigore. Divise il Paese nelle due entità della Federazione croato-musulmana e della Republika Srpska, abitata in prevalenza da serbi di Bosnia, entrambe con larga autonomia. Introdusse la figura dell'Alto Rappresentante internazionale e affidò alla comunità mondiale un ruolo senza precedenti nella gestione politica del nuovo Stato. Per molti bosniaci, almeno in quel momento e nonostante tutto, gli Stati Uniti diventarono il simbolo della salvezza, nonostante i compromessi enormi da accettare e un sistema politico che ancora oggi rende difficilissima qualsiasi riforma.
le bandiere
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Anche i simboli nazionali raccontano molto di quella stagione: la bandiera con cui oggi la Bosnia scende in campo, quella blu, gialla, con le stelle europee, è volutamente neutrale, costruita per non privilegiare nessuna delle tre comunità, serbi, croati e bosgnacchi. Nelle piazze di Sarajevo e anche negli stadi del Mondiale, accanto alle bandiere ufficiali, gli osservatori occidentali notano sempre di più quelle con i gigli dorati, il vessillo della Bosnia indipendente del 1992. Non è soltanto nostalgia, ma un messaggio politico, quasi un gesto di ribellione per lo sviluppo del Paese negli ultimi trent’anni. E, in parte, anche per la comunità internazionale accusata di aver progressivamente abbandonato il Paese. Insomma, nel Mondiale più politico di sempre, una nuova storia dolorosa sul tavolo. Tra la nazione che guidò i bombardamenti Nato, organizzò gli accordi di Dayton e accolse centinaia di migliaia di rifugiati, e la squadra dell’eterno Edin Dzeko, diventata il simbolo di un popolo sopravvissuto alla guerra, cresciuto nella diaspora e oggi alla ricerca di una nuova identità, lì in mezzo rotola pur sempre il pallone, con la sua liturgia e le sue polemiche. Ad esempio, qui una giornalista della Abc ha ironizzato sulla Bosnia, ammettendo di non sapere nemmeno indicarla sulla carta geografica e lasciando intendere che per gli Stati Uniti la partita sarà una passeggiata. Naturale valanga di critiche social, soprattutto dalla enorme comunità bosniaca: molti hanno accusato la tv di arroganza e superficialità, ma il rischio è che il caso abbia pericolosamente gonfiato le motivazioni balcaniche. Mai soffiare sull’orgoglio della Bosnia con video sbagliatissimi: la povera Italia ne sa qualcosa, ma in questa speciale partita vale ancora di più.



