Non può essere questo l'Uruguay di Bielsa: con la Spagna serve un'impresa Loca

1 ora fa 1

La Celeste ha poco talento ma nei pareggi contro Arabia Saudita e Capo Verde non si è vista la solita grinta. Il Loco si prende la responsabilità. Decisiva la sfida contro al Spagna, in caso di secondo posto nel girone c'è Messi

Non sono mai stati i trofei, pochissimi, e nemmeno i traguardi raggiunti. Il fascino del Loco trascende i risultati e probabilmente anche il gioco in sé. Conta quello che fanno le sue squadre, conta il percorso, ma ancor di più l’eredità che lascia lui dopo aver chiuso un’esperienza. Marcello Bielsa non è catalogabile: non risultatista di sicuro, ma nemmeno giochista in senso stretto, perché il suo approccio al pallone è più ampio e non si limita a quello che succede sul campo. Il calcio, per il Loco, è una questione culturale, quindi ben più importante di uno sport o di un fenomeno di costume. Lo hanno amato, e pure odiato, proprio per questo. Ha scelto quasi sempre piazze piene di passione: Bilbao, Marsiglia, pure Leeds dove Brian Clough aveva resistito appena quarantaquattro giorni. E poi le panchine delle nazionali sudamericane: chi si siede lì, o sulla borsa frigo posizionata accanto, è come il pastore di una comunità religiosa. L’Argentina, con quella finale di Coppa America persa ai rigori con il Brasile, ma soprattutto sfumata con il 2-2 di Adriano segnato al 93’ quando l’Albiceleste stava ormai festeggiando il titolo; il Cile, riportato su alti livelli e poi abbandonato per dissidi con il nuovo presidente federale e i telegiornali che interruppero le trasmissioni per dare la notizia del suo addio; e adesso l’Uruguay, in un momento di basso livello tecnico ma nonostante questo con la speranza che il suo lavoro potesse compensare. 

DELUSIONE

—  

Bielsa interpreta il lavoro come una missione: unire la squadra, compattarla attorno ai principi di gioco e poi mostrarla al popolo che rappresenta in modo che ne vada fiero. A prescindere dai risultati. Adesso, però, non sta accadendo. All’Uruguay manca il fuoco. I suoi giocatori lottano, certo. Ma è un lottare diverso da quello a cui siamo abituati. Danno tutto, ma l’Uruguay ci ha abituati a dare di più, per quanto possa sembrare paradossale e impossibile. Una nazione di tre milioni di persone che da sempre, quando la sfidi su un campo da calcio, sai che sarà dura. E invece al Mondiale finora sono venuti fuori due scialbi pareggi con Arabia Saudita e Capo Verde, con il conseguente rischio che una sconfitta (e magari anche un altro pareggio, difficile dirlo adesso) con la Spagna generi una clamorosa eliminazione: “Non ci sono dubbi che l’Uruguay sia migliore di Capo Verde - ha detto Bielsa dopo il 2-2 della seconda partita -, ma bisogna dimostrarlo. Abbiamo pareggiato due gare che dovevamo vincere. È una grande delusione per tutti, soprattutto per me che sono il primo responsabile. Il fattore decisivo è stato il calo di intensità, non doveva succedere”. Può calare tutto nell’Uruguay, ma non l’intensità: lo dice la storia. 

TORMENTO MONDIALE

—  

L’Uruguay è stata l’ultima rivale dell’Italia al Mondiale: 24 giugno 2014, il morso di Suarez a Chiellini senza conseguenze disciplinari, l’espulsione priva di motivi di Marchisio, il gol di Godin. Azzurri a casa, una casa da cui non siamo più usciti e adesso confidiamo di farlo nel 2030. Quell’Uruguay era ovviamente più forte di questo dal punto di vista tecnico, ma sarebbe bastata la stessa cattiveria di allora per battere Arabia e Capo Verde e non trasformare la sfida con la Spagna in un momento decisivo. Anche per Bielsa. Il Loco non ha un bel rapporto con il Mondiale: appena tre vittorie in nove partite tra Argentina (2002), Cile (2010) e Uruguay (2026). Si è avvicinato a questo torneo sottolineando l’importanza del gruppo e lasciando fuori Luis Suarez, quello vero, il Pistolero, che aveva abbandonato la nazionale nel 2024 e poi, su richiesta dei tifosi, aveva dato la disponibilità a rientrare (“Se serve, ci sono”). Secondo Bielsa non serviva. Ma finora Darwin Nunez è stato un fantasma e la squadra è stata tenuta in piedi da Maxi Araujo, un ex terzino spostato più avanti che in due partite ha segnato due gol e servito un assist. Praticamente tutto. 

DERBY SPECIALE

—  

Finora Bielsa ha fatto parlare di sé con alcune prese di posizione. Ha guardato per terra durante la foto ufficiale della Fifa rifiutandosi di alzare lo sguardo (“Non sono un modello”); è stato protagonista di un’intervista già passata alla storia in cui ha dato sei risposte in trentotto secondi; ha attaccato la Fifa per gli hydration break. Fuori dal campo è sempre il solito Bielsa. Dentro al campo, però, manca qualcosa. Ripetiamo: l’Uruguay è tecnicamente mediocre e non ci si possono aspettare miracoli. Ma quanto accaduto contro Arabia Saudita e Capo Verde dimostra che mancano anche quella compattezza e soprattutto quella sintonia con le idee, non solo calcistiche, del suo allenatore. C’è ancora tempo. Arrivando secondo nel girone (difficile ipotizzare una vittoria sulla Spagna e il conseguente primo posto), l’Uruguay giocherebbe nei sedicesimi contro l’Argentina. Più di un derby. Al Mondiale si è disputato due volte: la finale della prima edizione, vinta dall’Uruguay, e poi la sfida negli ottavi del 1986, con la Seleccion che passò il turno e poi avrebbe conquistato il titolo. Più di un derby, anche per il Loco. Ma, per meritarselo, l’Uruguay deve ritrovare se stesso.

Leggi l’intero articolo