Nilsen: "Inter, se sottovaluti il Bodo sei morta. Io, il Milan e il gol nel derby, ora sono Ceo"

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L'ex difensore norvegese, meteora rossonera con un gol nel derby nel 1998, racconta la squadra di Knutsen: "E' il Sassuolo di Norvegia, una famiglia"

Francesco Pietrella

Giornalista

23 febbraio - 22:12 - MILANO

In norvegese si dice più o meno come in italiano: “Respekt”. “Rispetto”. E il monito arriva da Tromso, più su di Bodo, dove l’Inter è scivolata tre volte sul ghiaccio. “Se sottovalutati i gialli sei morto, non solo a casa loro…”. Parola di Steinar Nilsen, meteora del Milan, il primo calciatore “made in Norway” a sbarcare in rossonero nel 1997. Un difensore planato al Duomo dal Circolo polare artico. Dopo aver smesso di fare l’allenatore ha iniziato una carriera da manager. È stato il Ceo di una compagnia di taxi per quasi dieci anni, ora lavora in un’azienda high tech.

Steinar, il primo flash è sul suo vecchio Milan: il primo ricordo che le viene in mente? 

“Il gol su punizione nel derby di Coppa Italia, 8 gennaio 1998. Vincemmo 5-0. Ma l’aspetto divertente fu un altro: quel giorno mi feci male al menisco per colpa di un’entrata di Ronaldo. Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico, ad essersi infortunato per un intervento del Fenomeno. Una di quelle cose che vale la pena raccontare, dai”. 

Curiosità: come mai calciò lei? 

“Avevo impressionato a Milanello, in allenamento. Durante la settimana provai i piazzati insieme ad Albertini e Boban e feci bene. Una di quelle giornate fortunate dove entra qualsiasi cosa, per di più all’incrocio. A fine seduta mi dissero che me ne avrebbero fatta calciare una nel derby. “Ci conto eh”, dissi. Alla fine, mantennero la promessa”. 

Un ricordo di Fabio Capello, invece? 

“Mi mise subito a dieta. Io avevo 25 anni, arrivavo dal campionato norvegese e non parlavo italiano. “Devi dimagrire, altrimenti non giochi”, diceva. Ricordo ancora le sue sfuriate. Una volta mi beccai una lavata di testa perché in allenamento crossavo sempre sul primo palo, e basso. Lui voleva che infilassi il pallone sulla testa di Kluivert. Non capivo una parola di italiano, non potevo sapere”.

Come mai ora è uscito dal calcio? 

“Ho fatto l’allenatore per un po’ è mi è piaciuto. Sono stato fiero di aver guidato il Tromso, la squadra della mia città. Ma alla fine ho preso un’altra strada e ne sono felice. Non dico che rientrare nel calcio non mi piacerebbe, anzi, ma per adesso ora sto bene così. In futuro, chissà...”. 

Capitolo Bodo: chi passa a San Siro? 

“Guai a sottovalutarli, anche fuori casa. Hanno già battuto l’Atletico Madrid quest’anno. E’ chiaro che all’Aspmyra Stadion, come abbiamo visto, hanno un qualcosa in più. La palla scorre più veloce, il campo è più piccolo, e ovviamente il clima influisce. Anche in Norvegia, dove le squadre sono abituati, chi va lì spesso non esce vincitore”. 

Qual è il segreto di questa squadra? 

“Io dico l’unione, il gruppo, il giocare senza pensieri e dimostrare di essere forte. Fino a qualche anno fa erano una squadra come le altre, ora invece sono il club più importante del Paese. Il Bodo è una piccola famiglia cresciuta insieme, passo dopo passo. Vive di plusvalenze e vivaio, reso grande grazie allo scouting. E poi c’è Knutsen, un’altra delle chiavi di questo successo. Senza di lui non so se il Bodo sarebbe arrivato così in alto”. 

Hauge è il più talentuoso, anche lui passato dal Milan. Ha segnato anche all'andata.

“In un certo senso mi sono rivisto in lui. Io arrivavo dal Tromso, lui dal Bodo, due ragazzi biondi svezzati dal freddo e dall’artico. È il giocatore più talentuoso, ma come ho detto prima il segreto è l’intera rosa. Lui, Berg, Fet, Hogh, Bjorkan. Sono forti perché sono insieme”. 

A quale squadra italiana paragona il Bodo? 

“Forse al Sassuolo, una società solida capace di creare una famiglia. Come è successo a Bodo”.

L'Inter può ribaltare la partita?

"Rispondo così. Novanta minuti a San Siro sono molto lunghi. Come al Bernabeu...".

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