Lo Special One a tutto campo: “Chivu non era un 'allenatore in campo', ma ha fatto un gran percorso e ha avuto fortuna. Lautaro mi piace ma prendo tutta la vita Milito"
A volte è faticoso, imbarazzante perfino, essere speciali - di più: Special One - e vedersi trattati come tali. “Non mi piace quando entro in un ristorante in cui non ho prenotato e magicamente spunta un tavolo, per me e chi mi accompagna. Penso che se non fossi la persona che sono, non succederebbe. Ecco perché non mi piace”. Ed ecco perché a José Mourinho è invece piaciuto interpretare se stesso negli spot che a breve saranno trasmessi in televisione per fare pubblicità a Prima Assicurazione, di cui l’allenatore dell’Inter del Triplete, oggi al Benfica, è testimonial. “Giocando sul nome della Compagnia, io, che sono abituato a stare davanti agli altri, stavolta arrivo dopo i clienti. Per ricevere attenzione, devo a mia volta sottoscrivere una polizza”. Gli è piaciuto, ma parlare di divertimento è forse troppo: “Forse è divertente per voi che guardate quei video, sono quattro diversi, di trenta secondi. Ma io ho passato ore davanti alle telecamere a ripetere la scena, con la preoccupazione di fare bene una cosa che non è il tuo perché di mestiere non fai l’attore, e allora ripeti, ripeti, ripeti finché il risultato non è quello voluto dai professionisti - il regista, il produttore - che hai intorno e che ovviamente cercano la perfezione del prodotto. Dopo un po’ che andavano avanti le riprese, ero già stanco e loro dicevano: ’Dai, José, ancora una’, e io li capivo, mi immedesimavo in loro, perché anche un tecnico di calcio è un po’ un motivatore e in allenamento sprona i suoi giocatori: ‘Dai, ancora una’”.
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Spot Ospite d’onore alla serata di presentazione dei nuovi spot, Mou è così tornato a Milano. Ad attenderlo, tifosi, curiosi, fedeli del culto del portoghese. Uno, neanche troppo giovane, gli si è parato davanti in maglietta nera a mezze maniche su cui campeggiava il suo ritratto accompagnato dalla scritta: I’m too sexy for Milan, e il riferimento era ovviamente alla squadra e non alla città. Mou ha sorriso sornione. Il resto, che leggerete qui sotto, restituisce l’immagine di lui che conosciamo: un uomo sicuro di sé, in perfetto controllo della situazione, mai banale. Volente o nolente, uno Special One.
Da quanto tempo mancava da Milano?
“Tanto. L’ultima volta c’ero stato da allenatore della Roma, due anni fa”.
Quali sono i suoi tre luoghi del cuore in questa città?
(riflette, sorride) “Milano l’ho vissuta veramente poco. Dico San Siro, perché è stata casa mia e mi ha regalato tante gioie. Poi l’hotel Principe di Savoia, perché ci ho alloggiato quando sono arrivato per firmare il contratto con l’Inter, e infine il Duomo, perché è il posto della festa dopo una vittoria, e quindi il posto dove percepisci di aver fatto bene le cose. Ma io vivevo a Cernobbio, passavo la giornata al centro di allenamento di Appiano Gentile, e la scuola dei miei figli stava a Lugano. Davvero, la mia vita non si svolgeva a Milano. Per esempio, non ho mai visitato il Castello Sforzesco…”.
Da dove partirebbe, se dovesse raccontare la sua storia di uomo e di allenatore?
“Se dovessi raccontarmi come uomo, partirei da un episodio che ovviamente non ricordo, e adesso spiegherò il perché, ma che deve evidentemente aver in qualche modo segnato la mia vita, indirizzandola verso il percorso che ho poi seguito. Io sono nato in casa, e quel giorno mio padre, calciatore, aveva una partita. Insomma, al momento del parto lui è rientrato insieme a tutti i compagni di squadra, mi ha visto e poi è andato a giocare. Chissà, sarà per questo che ho deciso di diventare allenatore”.
Già, perché ha scelto di allenare?
“Ero il vice di Van Gaal al Barcellona. Quando il mio capo (testuale) decise di lasciare il club per andare a dirigere la nazionale olandese, io dovevo decidere se cercare un altro capo oppure rischiare, fra virgolette, di prendere in mano una squadra in prima persona. Ho deciso che quello era il momento di rischiare”.
La vittoria di cui va più orgoglioso.
“La prossima”.
La decisione più difficile che ha preso da allenatore.
“Lasciare l’Inter”.
Oggi la rifarebbe?
“Sì, perché con l’Inter avevo appena vinto la Champions, dopo già scudetto e Coppa Italia nella stessa stagione, ed era stata veramente dura, e perché poi sono andato al Real Madrid”.
Si aspettava che Chivu, uno degli uomini del Triplete, arrivasse, così presto, tanto in alto come allenatore?
“Quando giocava non era un allenatore in campo, se è questo che vuol sapere. E non ha smesso di giocare ieri e ha iniziato ad allenare oggi. La sua non è stata una germinazione spontanea. Ha fatto un percorso di formazione, ha allenato la Primavera dell’Inter per tre stagioni, si è preparato, ha fatto molto bene a Parma, sulla prima panchina dei grandi. Quest’anno ha avuto un pochino la ‘stellina’ perché nessuna delle altre è stata davvero un competitor forte per lo scudetto. Non ci è riuscito il Napoli, il Milan è in fase di transizione, la Juve pure, però vincere ti dà credito”.
C’è un giocatore di questa Inter che le sarebbe piaciuto allenare nella sua?
“Mi piacciono tanti giocatori di questa Inter, ma nessuno avrebbe giocato nella squadra del Triplete”.
Lautaro è il suo Milito?
“Io preferisco Milito. Amo Lautaro, però amo Milito tre volte perché sto parlando di uno degli uomini del Triplete. Milito è stato uno di quelli che mi ha dato di più”.
C’è una partita che vorrebbe rigiocare per prendersi una rivincita?
“La semifinale di Champions del 2005 tra il Liverpool e il mio Chelsea, quando fummo eliminati da un gol-non gol di Luis Garcia, con la palla che non era entrata. Ci fosse stata la Gol Line Technology, avremmo vinto e saremmo andati in finale”.
Il dibattito tra giochisti e risultatisti ha un senso, la appassiona o la annoia?
“Il giochista vincente mi piace, il giochista perdente non mi piace”.
Contano più le idee dell’allenatore o la qualità dei giocatori?
“Contano entrambe. Però la qualità dei giocatori è più importante”.
C’è una critica che le ha fatto male o è sempre stato impermeabile alle critiche?
“È importante sapere ciò che si è, indipendentemente dai giudizi altrui, che provengano dai giornali o dalla gente comune, però è ovviamente più piacevole leggere delle belle cose. Ma no, non c’è una critica che mi ha infastidito o addolorato particolarmente”.
Con l’età è diventato più o meno indulgente verso se stesso e verso gli altri?
“Verso gli altri, sì; verso me stesso, no”.
Zaniolo la definisce un maestro, capace di prevedere quello che succederà in partita, azzeccandoci quasi sempre.
(ride) “Quasi. Comunque una cosa che avevo previsto e che si è verificata, è stata proprio che Zaniolo segnasse il gol decisivo nella finale di Conference League tra la mia Roma e il Feyenoord”.
Nella sua carriera si è scagliato più volte contro gli arbitri, soprattutto quando era in Italia. Ora il nostro calcio fa i conti con l’ennesimo scandalo, che riguarda proprio gli arbitri.
“Il calcio è uguale dappertutto. Voi, rispetto ad altri, avete la capacità di fare pulizia ogni tanto”.
Qual è il suo concetto di eleganza?
“È stare bene con se stessi e sapersi adattare a ogni situazione e a qualsiasi ambiente. Per esempio, per dare un’idea, penso che un allenatore in panchina debba stare comodo. Sta lavorando e, se non gli piace la cravatta, oppure il blazer, deve trovare il modo per stare comodo. Ma l’allenatore ‘pagliaccino’ non mi piace. Sarà un fatto culturale, ma nella pallacanestro, che si gioca in un ambiente chiuso, sicuramente caldo, gli allenatori si presentano quasi sempre vestiti veramente top. A me non piace la cravatta. Non mi piace nella vita di tutti i giorni e ancor meno portarla in panchina. Però, quando vedo colleghi che in panchina si presentano come fossero appena usciti da scuola, dalla discoteca, o dal bar con gli amici, non mi piace. La interpreto come una mancanza di rispetto verso il ruolo che ricopri in quel momento”.
In campo, quale calciatore incarna il concetto di eleganza?
“Mi viene in mente subito Zidane. Marco Materazzi si incazzerà con me, ma vedere giocare Zizou era una bellezza”.
Tra le tante città in cui ha allenato o che ha visitato, in quale le piacerebbe trascorrere il resto della sua vita?
“La cosa più importante è stare dove sono le persone che amo, può essere pure il deserto del Sahara. Ma per me la città più bella al mondo è Roma”.
Dove può arrivare il suo Portogallo al Mondiale?
“Il Portogallo può fare tutto. Ha una generazione incredibile, ha vinto la Nations League un anno fa. Nel 2016 vincemmo l’Europeo e questa generazione è superiore tecnicamente a quella di allora. Certo, ci sono il Brasile di Carletto Ancelotti, c’è l’Argentina, ma il Portogallo può vincere questo Mondiale”.
È giusto che l’Iran partecipi a un Mondiale organizzato dagli Stati Uniti, Paese con cui è in guerra?
“Una cosa è la politica, un’altra cosa è lo sport. I ragazzi iraniani che si sono qualificati al Mondiale, un Mondiale con troppe squadre, meritano di disputarlo”.




