Il campione del mondo del 1982: "Se ci fossero più europee ci sarebbe più equilibrio e spettacolo. In Italia non siamo così scarsi ma il nostro calcio va ripensato"
“In effetti il Mondiale è un po’ lungo: 48 squadre non sono tante in sé, è la qualità media che si abbassa. Se ci fossero più europee ci sarebbe più equilibrio e spettacolo”. Marco Tardelli sta seguendo il Mondiale da commentatore per la Rai. Lui ne ha giocati tre con Enzo Bearzot ct, è l’uomo dell’Urlo, ne ha vinto uno che ha salvato l’Italia negli Anni 80. Erano Mondiali a 16 e 24 squadre. Adesso sono tornei giganti.
Le piace la nuova formula?
“Non troppo. A me sembra che tutto sia meno credibile. È un po’ facile andare avanti anche in questa fase”.
Ci sono i ripescaggi.
“Questa è la regola e va accettata. In fondo nel 1994 siamo arrivati in finale dopo i ripescaggi. Però si perde il senso della conquista”.
Cioè?
“Non è solo il Mondiale, è dovunque ormai così. In Coppa Campioni andavano i campioni, ora vanno tutti in Champions. Il Mondiale era l’obiettivo di una vita soprattutto per le piccole, ora è più facile. Non si torna indietro, lo so. Certo, aumentano le possibilità, ma quanto è occasione di crescita un torneo così?”.
In Italia non siamo così scarsi ma il nostro calcio va ripensato
Marco Tardelli
Non si cresce giocando un Mondiale?
“Sì, ma il Mondiale non deve essere un premio. Ci si arriva crescendo. È la fine di un percorso. Il Marocco ha fatto un lavoro di crescita enorme e ora è alla pari con le grandi. Le africane sono cresciute ma anche perché i giocatori sono in Premier, in Liga, in Italia. Ai nostri tempi erano un po’ naif tecnicamente e tatticamente. Ora no”.
Sono troppe le goleade?
“Non sono tante e ci sono sempre state, ma danno il senso di un certo dislivello. Anzi, tante piccole si stanno comportando bene. Il Mondiale è Mondiale, quindi devono essere rappresentati tutti. Ma con qualche europea e qualche sudamericana in più sarebbe tutto diverso, anche a 48. Ma non oltre. Si parlava di un Mondiale a 64 squadre: per carità”.
Si parlava anche di Mondiale biennale.
“Lo so che diranno che io sono vecchio, che faccio un viaggio nella macchina del tempo, ma ci sono cose sacre nel calcio. Il Mondiale ogni quattro anni lo è. Aggiungo: per interpretare meglio il presente bisogna conoscere e ricordare il passato, non dimenticarlo. Ma oggi dominano i soldi”.
Le goleade ci sono sempre state ma danno il senso di un certo dislivello
Marco Tardelli
Senza non si va più avanti.
“Ho capito, ma a che serve lo stop per idratarsi se fuori piove? Agli sponsor. Non mi piace un calcio così. E non mi piace che l’Iran sia spedito in Messico e l’arbitro somalo rimandato a casa”.
Per la verità qui decide il governo americano, non la Fifa.
“Però la Fifa doveva ribellarsi alla cacciata dell’arbitro. L’aveva scelto lei. Ma stiamo vivendo un’America molto particolare con Trump, un’America che non è quella che avevamo sognato e che non mi piace”.
Le nuove regole sono però utilissime: partite veloci, ritmo.
“Velocizzano il gioco, forse qualche fallo si potrebbe fischiare, invece ormai si lasciano correre tante situazioni. Certo in Italia ci si fermerebbe ogni minuto...”.
Un giocatore è stato espulso per aver parlato con la mano davanti alla bocca a un rivale.
“Sono le regole. Anche perché gli episodi di razzismo non possono esistere nel calcio”.
Ci sono anche belle storie.
“Come in ogni Mondiale. Pensi a Messi e quello che sta facendo, è incredibile. Ma anche Ronaldo. Abbiamo la memoria corta, ma sta lottando contro il tempo, si rende conto anche lui di non essere più Ronaldo ma non si arrende, lotta, ha dignità nella parabola discendente. Inchiniamoci a lui, è difficile ammettere che sta finendo. Dopo potrà riconoscerlo anche lui”.
Voi non arrivavate così lontano?
“Impossibile, non era tutto perfetto come oggi, diete, allenamenti, medicine... Arrivava il momento di dire basta. Il fisico diceva basta”.
Episodi spiacevoli?
“La guerriglia tra tifosi argentini e algerini. Non deve mai succedere nel calcio. Mai”.
C’è mezzo mondo, tranne l’Italia.
“Ma noi non siamo così scarsi. Solo che dobbiamo ripensare il nostro calcio”.

