Modello Genova per il centro di Renzi: 'Salis per vincere'

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   Tutti cercano il centro, ma ciascuno lo vede da una parte diversa. Sulla mappa di Matteo Renzi è il pezzo che manca al centrosinistra per vincere; per Carlo Calenda è lo spazio da tenere fuori dalla guerra dei poli, scommettendo sul pareggio; Goffredo Bettini considera l'intero campo già abbastanza affollato e, soprattutto, senza bisogno di nuovi capi. Tre strategie che si misurano nel pieno del tormentone agostano sulle primarie del centrosinistra, tra il sì e il no e un toto-nomi che si allunga di giorno in giorno, lasciando emergere sempre più nitidamente il disegno di Renzi. Lo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è una semplice "guerra di posizionamento", taglia corto il leader di Italia Viva in un'intervista al Corriere della Sera, certo che la strada da seguire per battere Giorgia Meloni alle urne abbia i contorni del modello Genova: una corsa senza veti e un volto capace di sfondare i recinti dei partiti. Quello appunto di Silvia Salis.

    "E' il nome più forte per guidare questa scommessa", la lancia l'ex premier, salvo subito precisare: "Dev'essere aiutata, non strattonata".

    L'investitura c'è, anche se - osservano più fonti nel centrosinistra - i tempi sono ancora troppo acerbi perché assuma tutti i crismi di una candidatura. Lo snodo potrebbe arrivare a ottobre, quando Salis presenterà il suo libro 'È già domani'. Un futuro prossimo che Renzi immagina da Palazzo Tursi a Palazzo Chigi, attento però a non bruciare il nome della sindaca. Il suo calcolo parte da un presupposto aritmetico: Pd, Avs e M5s insieme valgono il 38%. "Non basta per vincere. Serviamo noi, anche noi", evidenzia il fondatore di Italia viva, tenendosi fuori dal campo largo ma proponendosi come quel tassello in più per farlo diventare maggioranza. L'ex premier ne esibisce anche la prova: "Quando sono andati da soli, come in Liguria, hanno perso. Quando hanno rimosso i veti abbiamo vinto insieme, come a Genova".

    Uno schema cui Calenda oppone un progetto rovesciato. Renzi, Alessandro Onorato ed Ernesto Maria Ruffini - apre il fuoco sugli altri aspiranti padroni di casa del centro - hanno già scelto la sinistra, tenuti insieme dall'anti-melonismo, ma senza quella che per il leader di Azione è la pregiudiziale numero uno: una linea chiara sul sostegno all'Ucraina. Oltre a una convergenza altrettanto netta su difesa europea e ambiente.

    Anche la sua partita comincerà a fine ottobre, quando Azione aprirà il cantiere con i liberaldemocratici, Spazio pubblico di Pina Picierno e Fondazione Einaudi. "Porte aperte a tutti" è l'adagio per costruire un centro autonomo ed europeista che possa diventare decisivo il giorno dopo il voto.

    A rispostare gli equilibri, da casa dem, ci pensa Bettini. "Non serve un terzo uomo" perché, nella lettura del dirigente del Pd, di leader ce ne sono già "fin troppi". Semmai manca - con nostalgia per stagioni ormai lontane - un nuovo Prodi, una figura capace di tenere insieme tutti. Ma quella non si fabbrica a tavolino. Bettini fa anche scudo a Conte: altro che M5s che sottomette il Pd, l'ex premier presidia un elettorato "decisivo per battere la destra". E persino con Renzi depone le armi: "Si è collocato nel centrosinistra, ha fatto benissimo". Difficile, però, immaginarlo da comprimario. Alla fine si torna sempre a Salis. Un "rebus", una "donna intelligente e coraggiosa", la sostiene lo storico tessitore del centrosinistra, evidenziandone le caratteristiche "traversali" perché parla "di operai e Palestina" e può pescare nell'astensione. Tutti la evocano, lei per ora tace e fa la sindaca. 

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