"Cipressa, Poggio, discesa e sprint, Tadej ha fatto un capolavoro in quattro atti. E in aprile può centrare il primo successo anche a Roubaix"
È da pochissimo che Eddy Merckx ha spento il televisore: “Quando ci eravamo sentiti qualche giorno fa, vi avevo detto che non mi sarei perso la Milano-Sanremo. La prima delle sette che ho conquistato, nel 1966, mi aveva fatto capire che sarei potuto diventare un corridore vero...”, dice il ciclista più vincente di sempre. Il passo successivo non può che essere chiedergli di Tadej Pogacar e l’entusiasmo è tale che il belga neppure lascia finire la domanda: “Ah. Grande. Formidabile. Mi ha lasciato senza parole”.
Eddy, l’aveva dichiarato che questo poteva essere l’anno buono per lo sloveno. Ma si aspettava che riuscisse a vincere la Classicissima così?
“Sinceramente, no. Penso si possa considerare una delle sue imprese più grandi. Sono stati quattro i momenti decisivi”.
Vogliamo analizzarli?
“Anzitutto la caduta prima della Cipressa. Chi non si sarebbe scoraggiato? Chi non avrebbe considerato la Sanremo persa, o quantomeno compromessa? Lui, no. La reazione è stata quella di un campionissimo”.
Poi?
“Staccare Van der Poel sul Poggio. È stata una sorpresa, ai miei occhi. Ma Mathieu non ce l’ha fatta a resistere, e se è successo il merito è di Pogacar”.
Il terzo atto?
“Non perdere terreno da Pidcock in discesa. Conosco l’abilità dell’inglese, che è un maestro della mountain bike ed è stato ad altissimo livello pure nel cross. Nello scendere dal Poggio, Tadej poteva perdere la corsa, ma è stato lucidissimo. Questo significa essere in una giornata di grazia”.
Infine?
“La volata impostata di testa, con forza e convinzione, tipo quella di Van der Poel lo scorso anno, ricordate? Se uno sprint lo fai così, e chi ti sta vicino non ti riesce a superare, non ci può essere nessun dubbio su chi è il più forte. Via Roma io la potrei ripercorrere ad occhi chiusi, è in leggera salita, non mente mai. Pogacar una Sanremo la meritava, era strano che non ci fosse ancora riuscito”.
Qualche anno fa, lei e Tadej vi eravate incontrati in Italia, a cena. Che impressione le aveva fatto come persona?
“Quella di un ragazzo molto bravo, tranquillo, gentile. Per niente montato. Come dite voi in Italia, un grande signore!”.
Adesso, solo… lei ha vinto più Monumenti di Pogacar, 19 contro 11. E tra i cinque gli manca solamente la Roubaix. Può conquistarla? Già il 12 aprile?
“Certamente sì. Ormai è evidente che non abbia limiti, che cosa deve fare di più? L’anno scorso era caduto sul pavé, altrimenti si sarebbe giocato il successo nel velodromo con Van der Poel e chissà come sarebbe andata a finire. Certamente, la componente fortuna sul pavé ha un ruolo maggiore rispetto al solito e dunque dovrà averla dalla sua parte”.
Lei non ama i paragoni. Anche adesso?
“Anche adesso. Il ciclismo di oggi è diverso anni luce rispetto a quando correvo io. Come si fa a mettere a confronto due mondi così diversi? Come si fa a dire chi è più forte tra noi due? Una delle differenze più grandi è il numero delle gare disputate, nel mio caso erano molte di più mentre Pogacar non credo abbia mai superato i 70 giorni di competizione a stagione”.
A proposito di differenze: non capitava dal Moser vincitore nel 1984 che la Sanremo la conquistasse chi era al via con una sola corsa nelle gambe.
“Una cosa che conferma ciò che dicevo prima, ai miei tempi sarebbe stato inimmaginabile”.
Possiamo dire che Pogacar è il Merckx di questa epoca?
“No, non ha senso affermarlo. Lui è semplicemente Pogacar, il migliore nel mondo di adesso. E lo è da diverse stagioni. Ancora non ha 28 anni, e dunque dà l’impressione di avere ancora tanto ciclismo davanti. Tra l’altro, ha iniziato la stagione meglio del solito”.
Se lo avesse davanti, che cosa gli direbbe?
“Complimenti, perché meriti tutto il successo che stai avendo e perché stai regalando emozioni incredibili al pubblico, cosa che è una delle essenze dello sport”.
A sette Sanremo, comunque, non ci arriverà.
“Difficile, ma vediamo...”.
Chiudiamo con una domanda personale: dopo i problemi di salute degli ultimi tempi, in particolare l’operazione all’anca e le complicazioni con la protesi, conta di riprendere ad andare in bici?
“Ho 80 anni e non mi offendo se qualcuno mi dice che sono vecchio: è così! Però sto recuperando e sì, spero che tra non troppo tempo potrò risalire di nuovo in sella”.




