Melo Anthony e Howard le stelle della Hall of Fame 2025. Anche con un solo anello in due...

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L’annuncio è stato dato a San Antonio in occasione delle Final Four universitarie. Con loro anche Sue Bird, Maya Moore, Sylvia Fowles coach Billy Donovan, e l'arbitro Danny Crawford

Riccardo Pratesi

5 aprile - 19:41 - MILANO

Carmelo Anthony nella Hall of Fame. Naturale, come una ciliegina sulla torta. E adesso ufficiale. Melo – per la classe 2025 assieme a Dwight Howard (campione Nba coi Los Angeles Lakers nel 2020), Sue Bird, Maya Moore, Sylvia Fowles, a coach Billy Donovan, all’arbitro Danny Crawford, al proprietario dei Miami Heat Micky Arison e a Team Usa oro olimpico 2008 - si aggiunge ai giganti del basket che hanno il nome inserito nell’arca della gloria. Per sempre. L’annuncio è stato dato a San Antonio in occasione delle Final Four universitarie. Riconoscimento meritato per un campione indiscutibile eppure polarizzante, penalizzato a livello di opinione pubblica da una narrazione negativa. Non è un tipo facile, Melo. Rapportarsi con media, avversari e talvolta persino compagni di squadra gli è stato più complicato che fare canestro. Quello per lui è inevitabile come il pianto di un bambino. Ci riuscirebbe a occhi chiusi, probabilmente. Nato per muovere quella retina, ma più che un grande realizzatore. 

macchina da canestri

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L’ala di 2 metri nata a Brooklyn e cresciuta a Baltimore ha realizzato 28.289 punti in stagione regolare, in Nba. Decimo miglior marcatore di ogni epoca. Ha segnato 22.5 punti per partita nei 19 anni di carriera giocando per Denver, New York, Oklahoma City, Houston, Portland e Los Angeles (Lakers). Completo come pochissimi altri, come repertorio offensivo: micidiale dalla media distanza, arte in estinzione, ottimo sia fronte che spalle a canestro, straordinario nell’arresto e tiro, implacabile ai tiri liberi. Sia tecnico che fisico, capace di fare il prepotente sotto i tabelloni e di dominare di fondamentali, versione finesse. Non ha mai trovato un tiro che considerasse sbagliato per lui. Da qualunque distanza, a fine carriera ha sviluppato pure quello da 3 punti, e in qualunque momento della partita. Adorava la pressione, Melo. Voleva la palla in mano con la gara in bilico, pretendeva l’ultimo tiro. Facendo spesso canestro e poi sfoderando quel sorriso da cinema, disarmante. Come a dire: “Visto? L’ho rifatto…”. 

l'estetica conta

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L’eleganza non è un optional. Non vale due punti, ma tiene lo spettatore sintonizzato sulla partita all’arena, di fronte alla televisione o al computer portatile. Perché i super atleti che saltano come fenomeni olimpionici sono affascinanti, ma non emulabili. Chi esibisce una tecnica da libro di testo invece è esempio per ogni ragazzino che comincia a giocare a pallacanestro. Modello e riferimento. Melo ha esibito super trattamento di palla, rapidità d’esecuzione, stupenda meccanica di tiro, ottime letture di gioco in attacco. Movenze feline, eppure era grande e grosso. Ma sapeva danzare con la palla in mano, fluido persino quando usava i gomiti, le maniere forti. Tutto, pur di fare canestro. 

ori olimpici

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Anthony ne ha vinte addirittura tre, di medaglie d’oro ai Giochi. Consecutive. Nel 2008, 2012 e 2016. Non da spettatore non pagante, da giocatore di ruolo, piuttosto da elemento cruciale di Team Usa. Determinante. I campioni si fiutano tra loro, capibranco, e le altre stelle hanno sempre rispettato Melo. Per la personalità, la capacità di prendersi responsabilità sul parquet. Ci ha sempre messo la faccia. Mica facile. E poi non aveva paura. Se sei cresciuto in un quartiere chiamato la Farmacia, e non per l’abbondanza di prodotti di erboristeria, semmai per lo spaccio di droga dilagante, hai paura di altro, non certo di prenderti il tiro che vince (o perde) una partita. Melo ha sempre avuto le spalle larghe. E gli sono servite perché le critiche dei media americani e di chi non ha tifato per lui, negli anni, sono state feroci. Persino ingenerose, talvolta. 

Carmelo Anthony, 34 anni, non gioca da novembre. Ap

l'altra faccia di melo

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No, non ha mai vinto un titolo Nba. E neanche mai disputato le Finals. Il suo miglior risultato di squadra è stato la finale della Western Conference del 2009 giocata per i Nuggets. Questo ha contato, nelle valutazioni. Solo che sono stati usati due pesi e due misure, con lui. Neanche John Stockton, Steve Nash, Charles Barkley, Karl Malone e Chris Paul hanno mai messo le mani su un anello Nba, eppure non hanno subìto critiche feroci come quelle rivolte a Anthony. Che ha pagato la cattive abitudini nella propria metà campo, difeso poco e male (ma allora Nash?) e l’egoismo in attacco. Nessuno ha mai equivocato come la pensasse: per Melo meglio un canestro suo che di un compagno di squadra. Piu sicuro. Discutibile, anche se il ragionamento “fila”. Melo era pigro, mai soft, ma indolente, talvolta. Non chissà quale trascinatore in campo o certo non un filosofo fuori per pensieri, parole, opere o omissioni. Non ha mai amato il politicamente corretto, le frasette da copione, s’è fatto più nemici che amici, fuori dal parquet. E non ha mai fatto sconti per esigenze di squadra, per permettere alla franchigia che lo pagava di mettergli accanto giocatori migliori. Questione d’orgoglio più che di avarizia. Lo stipendio di un uomo franchigia Nba, nel modo di ragionare di tanti, racconta quanto vali, lo status di fenomeno. Va oltre l’accredito sul conto in banca di fine mese. Melo è stato l’ultima stella “galattica” dei New York Knicks, che non giocano le Finals dal 1999. S’è messo in gioco accettando la sfida più difficile. Ha provato a riportarli alla terra promessa caricandoseli sulle spalle, provando a fare quasi tutto lui. A modo suo. Non c’è riuscito. Non che ne sia stato capace qualche altro, dopo di lui. Però quell’insuccesso è stato usato contro Anthony. Giocatore da statistiche – qualcuno ha davvero avuto l’ardire di dirlo -. Invece no. Carmelo ha vinto pure a Syracuse, al college, non solo con la nazionale a stelle e strisce. Il posto nella Hall of Fame lo ripaga di tanti bocconi amari mandati giù di malavoglia. Rende giustizia a una macchina da canestri bella da far male. Soprattutto agli avversari. 

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