Il russo, con l’eliminazione al primo turno a Miami, è finito fuori dai migliori del tennis dopo più di due anni. Non ha mai amato questa superficie, però è proprio nella Capitale che ha vinto il suo ultimo torneo
Lorenzo Topello
2 aprile - 14:10 - MILANO
Anche un muro di gomma può perdere pezzi. Capita, se quel muro si chiama Daniil Medvedev. Il russo ha disdetto la prenotazione dalla top 10 del ranking per la prima volta da 25 mesi e mezzo: la confortevole poltrona che occupava da 110 settimane ora non gli spetta più, dopo l’eliminazione al primo turno a Miami contro il non irreprensibile Munar. L’ultima volta che Meddy veniva scaraventato fuori dal salotto buono del ranking aveva operato la trasformazione della frustrazione in energia positiva: tre tornei vinti di fila fra 250 e 500, una finale 1000 vinta (contro Sinner, a Miami) e una persa (contro Alcaraz, a Indian Wells). Medvedev muove i primi passi nel mese di aprile con una buona e una cattiva notizia. Quella buona è che ha già dimostrato di saper ringhiare una volta finito fuori dalla top 10, rientrandoci a suon di trofei. Quella cattiva è che inizia la stagione su terra. Con cui coltiva il più paradossale dei rapporti: qui ha vinto meno partite rispetto a qualsiasi altra superficie. Eppure quando ha alzato l’ultimo titolo aveva i calzini di rosso dipinti. A Roma, quasi due anni fa.
IN CRISI
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Daniil Medvedev non è in crisi da sole due settimane e neanche da due mesi. Il malessere parte da più lontano: a Melbourne, dopo aver rischiato grosso contro il thailandese Samrej, ha salutato la compagnia già al turno successivo contro il Next Gen Learner Tien. Nella galleria dei malumori recenti figurano non solo i ko al terzo turno (Marsiglia, Doha, Dubai, fotografie di un febbraio deludente), ma anche il lancio delle racchette con cui ha tristemente salutato il 2024. Nelle ultime Finals torinesi, contro Fritz, lo hanno inevitabilmente fischiato mentre addirittura minacciava di rispondere col manico, impugnando la racchetta al contrario. Nel frattempo però c’erano anche le partite del girone da giocare. E quelle sono andate maluccio: netti ko contro lo statunitense e naturalmente Sinner, inutile successo con De Minaur. A Torino si era presentato da testa di serie numero 4, ora si ritrova numero 11. Aprile dolce dormire? Non per lui, atteso dall’ennesimo bivio della carriera: svoltare per risalire o rischiare l’anonimato. Qualsiasi via scelga di imboccare, dovrà accettare di sporcarsi di rosso.
MA QUELLA VITTORIA A ROMA…
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Già, aprile coincide con la stagione della terra. Quella su cui Meddy ha amaramente scherzato, in passato: "Questa è la peggior superficie di tutte, a meno che non ti piaccia sporcarti come un cane". Poi ha analizzato: "Quello che mi riesce difficile sulla terra è scivolare, sono movimenti molto diversi rispetto agli altri campi". Infine ha minimizzato: "C’è un brutto rimbalzo". E alla vigilia di Montecarlo così come degli Internazionali ha più volte indossato i panni del realista: "Se fin qua il mio miglior risultato è stata una semifinale, vuol dire che dovrei essere contento se arrivo in finale". Stranamente lineare. Geometrico come certi scambi da fondo campo con cui ha entusiasmato il pubblico di Roma nel 2023. Quando, arrivato in sordina e con la consueta espressione disincantata alla vista della terra, si è scoperto improvvisamente vincente. Non solo finalista. Ma vincente, doppio 7-5 contro Rune. E pensare che fino a quel momento, nella Città Eterna, non era riuscito mai ad andare oltre la prima sfida: "Di solito faccio il giro in Vaticano dopo aver perso", altra battuta estrapolata dal repertorio del Medvedev terraiolo.

CAMBIAMENTO
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Ci sono anche i numeri, però. Quelli che raccontano come il rosso sia la superficie su cui il russo ha vinto meno volte in carriera: il 64,8% degli incontri, oltre dieci punti in meno rispetto al punto forte, quel cemento su cui ha alzato 18 dei suoi 20 titoli. Sul mattone tritato in due mesi non difende chissà quanti punti: un terzo turno a Montecarlo, quarto turno sia a Roma che al Roland Garros, i quarti di finale di Madrid. Il cambiamento può iniziare da qua. E dalla testa, soprattutto. L’anno scorso, di questi tempi, il russo approcciava il Principato auto-convincendosi in conferenza: "Mi dico che è solo un cambio di superficie, che devo adattare il mio gioco, la mia strategia e i miei colpi alla terra. E che sono calmo". Dovrà ripeterselo una volta di più, per rendere un po’ meno traballante quello stesso muro di gomma che nessuno è riuscito ad espugnare, due anni fa a Roma. Per aggiungere mattoncini di credibilità al proprio tennis. E anche alla propria classifica.