I tecnici del ministero della Salute hanno confermato alle Regioni che l'idea del decreto legge è definitivamente tramontata
10 giugno 2026

Ora è ufficiale: la riforma dei medici di famiglia che prevedeva, tramite decreto legge, l'inserimento dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro è stata ritirata. La decisione che era già nota da giorni - come raccontato più volte dal Sole 24 ore - sarebbe stata comunicata dal capo di gabinetto del ministero della Salute Marco Mattei agli assessori regionali alla sanità. Il decreto dovrebbe esser sostituito da un accordo da approvare nell'atto di indirizzo della convenzione con la medicina di famiglia, vicino al rinnovo. L'idea è di prevedere lì dentro un impegno orario di almeno sei ore a settimana da spendere dentro le Case di comunità. Ma il tempo stringe visto che a fine giugno c'è la scadenza del Pnrr che prevede come target minimo l'apertura e il funzionamento di almeno 1038 Case di comunità, i maxi ambulatori dove i cittadini troveranno visite, primi esami e prevenzione. Il rischio ora è che diverse strutture - soprattutto al Centro Sud dove si registrano i maggiori ritardi - si trasformino in scatole vuote senza personale medico e servizi.
Il clamoroso stop della Meloni e della maggioranza
Il testo, presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci alla Conferenza delle Regioni e poi da queste rielaborato, non era mai stato presentato formalmente ma era diventato oggetto di polemiche e scontro con i sindacati che chiedevano di essere coinvolte nelle scelte che li riguardano in prima persona. Quello che colpisce di questa vicenda è però il clamoroso stop piovuto da dentro la stessa maggioranza alla riforma su cui aveva lavorato Schillaci per settimane trovando anche l'accordo delle Regioni. Che avevano fatto pressing proprio sul ministro per trovare misure urgenti come l'assunzione come dipendenti di un contingente di dottori per riempire le Case di comunità più sguarnite. Un'opzione vista come fumo negli occhi dai sindacati, in particolare la Fimmg pronta a scioperi e proteste per difendere l'attuale convenzione con il Ssn (i camici bianchi sono dei liberi professionisti), “minacce” che hanno convinto i partiti di maggioranza - prima Forza Italia e poi Fdi e Lega - e la stessa premier Giorgia Meloni a fare retromarcia.
Ora si punta a rinnovare presto la convenzione
Se l'idea del decreto è ormai tramontata si punta dunque al piano B: l'obiettivo del ministero della Salute ora è quello di accelerare sulla nuova convenzione (quella relativa al triennio 2025-2027) da firmare con i medici di famiglia: l'obiettivo ambizioso è quello di siglare entro giugno il testo del nuovo Acn - l'accordo collettivo nazionale che le Regioni poi devono declinare localmente - nel quale prevedere un “debito orario” di almeno 6 ore a settimana che i medici di famiglia dovranno trascorrere dentro le nuove strutture. A disposizione solo per il 2026 ci sarebbero poco meno di 300 milioni per incentivarli a lavorare in team con le altre figure che dovrebbero popolare queste strutture (medici specialisti, infermieri, ecc.). Si vedrà molto presto se questa via sarà sufficiente . Lo stop alla riforma sui medici di famiglia ha scatenato le ire di chi più di altri l'aveva difesa ovvero l'assessore alla sanità della Regione Lombardia Guido Bertolaso. Secondo quanto si apprende da fonti regionali, quest'ultimo, presente all'incontro tra i tecnici del ministero della Salute e gli assessori regionali alla sanità, se ne sarebbe andato dal tavolo, annunciando dimissioni.





