Uno degli eroi del trionfo: "Calciopoli ci ha reso un gruppo più compatto. Dopo la testata non sentivo nulla per l'adrenalina. Il cappello della festa lo rimetterei..."
Vent’anni e la fatica di non sentirli. Vent’anni dalla nostra apoteosi Mondiale, dalla notte di Berlino e di tutta Italia, “e forse una ricorrenza così meritava una celebrazione. Però evidentemente in Federazione l’hanno pensata in un altro modo”. E comunque, dice Marco Materazzi, uno dei fermo immagine più nitidi e anche inattesi di quel trionfo, “gli squilli li faremo fare noi ai nostri telefonini. La chat Mondiale 2006 è viva più che mai, quella non la può cancellare nessuno”.
Ai suoi compagni scriverà dagli Usa, dov’è a seguire il Mondiale (anche) come legend Fifa. Da lì, da quella festa alla quale non ci siamo fatti invitare, quei 20 anni le sembrano ancora più lunghi?
“Passati facendo troppo poco, più che altro. Il calcio non si è fermato al 9 luglio 2006: avremmo dovuto correre molto di più e invece siamo rimasti indietro, non solo per colpa dei giocatori e degli allenatori. Ma è un discorso lungo, e in questi giorni mi fa ancora più tristezza affrontarlo”.
Questo Mondiale almeno la sta divertendo?
“Calcio livellato verso l’alto. Grande organizzazione. Stadi quasi sempre pieni: il Mondiale per club dell’anno scorso è stato un buon viatico, ha aperto un po’ la mente anche agli americani. Lo ha detto pure Steve Nash, non uno qualunque negli Usa”.
Troppe 48 squadre? E troppo poche europee?
“Non voglio entrare in discorsi politici, provo a farne uno di calcio e le giro la domanda: quanto ha faticato l’Argentina contro Capo Verde? E se invece dell’Argentina ci fosse stata l’Italia, pensa che avrebbe faticato meno? E perché si fatica contro Capo Verde? Perché sono entrati in campo non per difendersi, ma per provare a vincere giocando una partita vera, concetti di calcio precisi, anche qualità. Giocando per fare male: come noi nel 2006, e la Germania se ne accorse”.
Voi nel 2006: un romanzo così tanto letto e straletto che non c’è (quasi) più nulla di inedito nelle sue pagine. Di quel mese c’è qualcosa di non raccontato che le viene in mente?
“Solo chi l’ha vissuto in prima persona sa veramente tutto, tutto, tutto. Le cose principali si conoscono, ognuno poi ha piccoli segreti. O cose su cui rimugina ancora”.
Tipo?
“Si dice che oggi, con il Var, Materazzi, l’unico squalificato al mondo per provocazione (a Zidane ndr), non finirebbe tante partite. Bene, e allora dico: se allora ci fosse stato il Var, sarei stato espulso contro l’Australia, quando cercando di prendere il pallone colpisco Zambrotta, e non Bresciano? E se era proprio rigore su Malouda, perché non sono stato neanche ammonito?”.
Vabbé, rimugini su altro. Ci dice qualcuno di quei “segreti”?
“Non avrei mai sperato di fare gol alla Repubblica Ceca, però me l’ero preparato: non c’era uno di noi che non fosse preparato a giocare come se dovesse partire dall’inizio. Nelle esercitazioni per le palle inattive offensive avevamo simulato questa semiluna a zona che facevano i cechi, senza gente sui pali e marcature forti. Mi ero detto: 'Ah, se giocassi: sarebbe roba mia'. L’ho pensato anche quando sono andato a saltare...”.
Un altro?
“Che Calciopoli ci avesse reso ancora più un gruppo compatto, si sa. Che fossimo diventati un bunker senza mezza crepa l’abbiamo capito quando furono pubbliche le richieste del Procuratore Palazzi, proprio alla vigilia della semifinale contro la Germania. Lo pensavamo tutti, qualcuno lo diceva sottovoce: 'Può scavare quanto vuole, può anche venire qui e dirci che dopo il Mondiale andiamo tutti in galera. Noi intanto vinciamolo, ‘sto Mondiale'“.
L’abbraccio ad Archundia? Serviva un po’ di furbizia...Serviva prendere tempo per far rientrare tutti
E il famoso abbraccio all’arbitro Archundia, dopo il gol dell’1-0 segnato da Grosso alla Germania?
“Perché ero troppo stanco per andare dall’altra parte del campo a esultare con i compagni, certo. Ma anche perché serviva un po’ di furbizia: Fabio era stravolto da tutto - il gol, la corsa, l’emozione - in pochi secondi non poteva recuperare la lucidità di pensare ai suoi compiti tattici, e dalle nostre parti correva Odonkor. Serviva prendere tempo per far rientrare tutti, e Archundia ci ha messo un po’ a far riprendere il gioco...”.
Passiamo alla finale?
“Mia moglie sta entrando allo stadio con i nostri tre figli, compresa Anna che ha solo nove mesi, e un tifoso, si chiama Mauro, le fa: 'Mica ti serve il biglietto anche per la bimba?'. E la Dany: 'La regola è un biglietto a testa: se non me lo chiedono, te lo do'. Ad Anna non è servito e il suo grazie è stato questo: 'Oggi tuo marito segna due gol'. Gli ho trovato un biglietto anche per la finale di Champions con l’Inter, quattro anni dopo...”“.
E i rigori dopo la famosa testata di Zidane?
“In cento mi hanno chiesto: 'Ma non ti faceva male lo sterno?'. Io non sentivo nulla per l’adrenalina, ma in realtà non ho mai avuto dolore, boh. Mi ha dato più fastidio l’arbitro quando sono andato sul dischetto: 'Metti il pallone più indietro'. Ho pensato: 'Cavolo, già pesa dieci chili, ho davanti una curva intera che mi fischia e mi sposti il pallone?'. Poi, prima di prendere la rincorsa, ho ripensato al consiglio di Lallo, il mio allenatore del Tor di Quinto, lo avevo usato anche nello spareggio promozione Perugia-Torino: 'Calcia fra palo e paletto, non sbagli mai'. Non aveva sbagliato Lippi a decidere chi avrebbe tirato, e infatti nessuno fiatò, poi non sbagliarono Daniele, Alex e Fabio. E io sono andato a prendere da un tifoso quel cappello a cilindro tricolore, non gliel’ho più ridato e non l’ho più tolto. Anzi, se non fossi in America, il 9 lo metterei in testa un’altra volta”.


