La gravità della situazione gioca a favore: siamo vicini all’irrilevanza. Conte in panchina e Maldini dt candidati giustissimi per la missione da assolvere: tornare a competere coi migliori
Il difficile per Malagò viene adesso. La competizione elettorale è andata come chiunque lo conosca bene sapeva sarebbe andata. Le elezioni sono state sempre un suo cavallo di battaglia. Non che il percorso non sia stato disseminato di ostacoli. Prima la richiesta di commissariamento sull’onda emotiva dell’inchiesta milanese sugli arbitri, durata lo spazio di pochi giorni, giusto il tempo di capire che non portava da nessuna parte, certamente non all’effetto sperato: più che una bomba atomica, una stella filante di capodanno, di quelle che si danno ai bambini perché innocue. Poi il pantouflage, norma della legge Severino che inibisce il passaggio di un dirigente da una funzione pubblica a un’azienda privata. Anche qui è durata qualche giorno, il tempo di prendere atto che non può valere per una carica elettiva, quale quella di presidente della Federcalcio. Malagò d’altronde non poteva aspettarsi una standing ovation. Quando si ha una carriera come la sua non si può pretendere di piacere a tutti. Ma tutto questo appartiene al passato, ora si apre una nuova fase. Nuova anche per Malagò. La Federcalcio non è il Coni. Il traballante, depresso e collerico mondo del pallone non è quello degli sport olimpici. Non si somigliano neanche un po’.
le nomine
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Il calcio italiano sta attraversando la crisi più profonda dal dopoguerra. C’è quindi molto da fare, senza perdere tempo. Alcune scelte sono oltretutto urgenti. Il direttore tecnico e il ct vanno decisi nel giro di poche settimane. Maldini è il candidato principale per il primo ruolo, Antonio Conte il favorito per la panchina. Candidati giustissimi in assoluto, in particolare per la missione che dovrebbero assolvere: dare un indirizzo tecnico alle nostre nazionali e riportarci rapidamente a competere con i migliori. Gli azzurri più giovani avrebbero in Maldini e Conte le figure ideali per crescere e i meno giovani due guide carismatiche, con carriere lastricate di successi. Malagò ha fatto ieri riferimento al bilancio, come elemento che potrebbe incidere nelle scelte. Ribalterei la questione: prima i nomi, poi la strada anche economica.
le riforme
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Stiamo precipitando, il paracadute va aperto ora, altrimenti sarà tardi. Il calcio professionistico, che è tornato a esprimere il Presidente dopo anni, deve essere riformato e rilanciato. Partendo dal recupero delle risorse che genera, per esempio il ritorno in percentuale delle scommesse. Ma anche di sostegni fiscali mirati, sul modello di quelli concessi ad altri comparti produttivi, come il tax credit per gli investimenti nei settori giovanili. Poi esiste il tema infrastrutture e stadi, in cui siamo assai lontani dagli standard europei. Nel vasto programma di Malagò c’è questo e anche altro. Ma mettere a terra i provvedimenti necessari in un biennio sarà una sfida enorme. Dovrà fare sistema, se vorrà non dico riuscirci, ma almeno avvicinarsi all’obiettivo. La gravità della situazione è un elemento a favore. Anzi, il principale. Gli italiani trovano spesso la strada giusta solo quando è notte, non c’è luce e si è sul ciglio di un burrone. Il terzo fallimento mondiale ha dato il senso di quanto siamo ormai vicini all’irrilevanza. Nessuno ha da guadagnare dalla marginalità del calcio italiano. Neppure le altre discipline. Un grande Paese sportivo si misura, oltreché dai successi dei propri campioni o dalla diffusione capillare della pratica sportiva, anche dalla capacità di difendere le proprie passioni di cui è innervata la storia del Paese medesimo. Perché tutto questo sia possibile, il calcio deve recuperare la propria credibilità. Scelte serie, virtuose, sostenibili in termini di bilancio devono essere non solo auspicate ma praticate. Rinviare non è più possibile. Per fortuna.




