Aneddoti, curiosità, racconti inediti: la finale di Roma contro l’Ajax, ma non solo. Passo dopo passo, il libro (Mondadori, pagg. 371, euro 22) scritto con il giornalista della Gazzetta dello Sport, Fabio Licari, rimette ordine ad un’annata ricca di magia
Marcello Lippi
22 maggio - 11:53 - MILANO
Un viaggio, spesso, non è la meta, ma il cammino per raggiungerla. Il viaggio di Marcello Lippi, stavolta, vale il cammino e la meta, la più ambita e suggestiva: alzare la Champions League al cielo di Roma. Quella Juventus è storia, profonda, per certi versi unica. Un libro, di cui pubblichiamo due stralci qui sotto, la racconta come non è mai stata raccontata prima e la voce di Lippi è la voce di un tecnico amato perché guida riconosciuta e saggia.
il presentimento
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"Sono i più forti? Sicuro. Sono l’Ajax e sono fortissimi. Non dimenticatelo mai". "Sono i favoriti? Loro lo pensano, e chi siamo noi per negarlo? In fondo hanno vinto l’ultima Champions contro il Milan, mentre noi abbiamo anche perso la finale di Coppa Uefa... «Contro di noi vinceranno? Sì. Nove volte su dieci, novantanove su cento. Come il Brasile doveva fare con l’Italia nell’82. Ma poi arrivò Rossi, contro tutto e tutti: ve lo ricordate Rossi, no? "E l’anno scorso il Milan non era invincibile? Ma lo scudetto ce l’abbiamo noi sulla maglia, mi pare...". Prendo fiato perché mi sono accorto che non respiro da trenta secondi. Intorno a me tutto comincia a girare un po’, e non per il caldo. Li guardo a uno a uno, dritto negli occhi. Mi ascoltano in silenzio, immobili, i muscoli del viso tesissimi. "Ve lo dico ora, e tenetelo bene in testa per tutta la partita: una maledetta volta tocca a noi. Ed è questa la volta, lo sento. È questa la notte! Andiamo!". Le parole corrono più veloci del pensiero, non le controllo, mi sfuggono e non ho voglia di inseguirle. Mentre urlo sembra che la mia voce arrivi da lontano. Ma sono io, il suono rauco e forte che riempie lo spogliatoio è mio. Non è un discorso che mi sono preparato, mi viene spontaneo. È un anno che aspetto questo momento, e ora, non so perché, non ho più dubbi. Non è presunzione, è che... non so spiegarlo, è una sensazione. Devono crederci anche loro, non possono perdere la fede proprio adesso. Ce la facciamo. Meritiamo questa coppa. La meritano i tifosi che non hanno mai dimenticato la notte dell’Heysel. La merita l’Avvocato, che regalerebbe la Fiat per una Champions. E la vinceremo. Non è retorica, non possono neanche accusarmi d’essermi ispirato ad Al Pacino perché Ogni maledetta domenica – film bellissimo, tra l’altro – verrà girato solo tre anni dopo. Al massimo è lui che mi ha... copiato. E comunque il mio preferito è sempre stato De Niro... I ragazzi mi guardano, sembrano statue di marmo, sono concentrati, incutono paura. Sono così da quest’estate, da quando ci siamo detti che questa poteva essere la stagione. L’anno è stato complicato, ci ha messo alla prova, ma siamo arrivati alla fine. E stasera c’è l’ultimo capitolo. Restano in silenzio, in piedi, gli occhi spalancati e rossi di sangue, i pugni istintivamente chiusi. La testa è alla partita, a Litmanen, Davids e Van der Sar che diventano ogni secondo più grandi mentre l’orologio segna il conto alla rovescia, alle parole di Van Gaal. Pochi minuti e l’arbitro fischierà l’inizio. Avverto i loro respiri pesanti, quelli di chi si sta caricando dentro. Ognuno con i suoi pensieri. Luca sente il momento: si gira verso i compagni e dà il via con il gesto del leader. Usciamo dallo spogliatoio e siamo investiti dal boato dell’Olimpico, che è tutto per noi, tutto bianconero. Un piccolo grande vantaggio, non dobbiamo sprecarlo. Non vedo l’ora di sentire quella musichetta che mi accompagna da Dortmund, la notte in cui tutto è cominciato. La notte in cui ho capito. Sono pronto. Sono pronti. Siamo i più forti. E il più forte vince. Siamo la Juve. Vinciamo questa coppa.
il tiro del campione
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"Ma che stai facendo, Ale?» «Mi alleno, mister. Cerco cose nuove." "Da così lontano?" Lo guardo strano. Istintivamente mi tocco il mento e aggrotto la fronte. Abbiamo finito l’allenamento prima del derby, ma Ale Del Piero è rimasto in campo. Ha piazzato una barriera improvvisata e calcia una punizione dopo l’altra. Una dopo l’altra. Una dopo l’altra. Da molto lontano, una distanza quasi impossibile. Si sposta a sinistra e colpisce alla Del Piero. Ora accentra la palla e prova qualcosa di diverso. È il piede che colpisce in modo differente, non è il solito impatto sul pallone. Ciso è accanto a me. Osserviamo perplessi, con stupore ma anche ammirazione. Ale continua a tirare, come se non sentisse la fatica. "È un maniaco delle punizioni, Marcello. Un maniaco nel senso di perfezionista, intendo. Ogni tanto l’ho spiato e secondo ma fa degli esperimenti. Un giorno inventerà una punizione nuova" mi fa Ciso sorridendo compiaciuto. "Ma è già bravo così. Fa bene ad allenarsi, però non andrei a complicarmi la vita con soluzioni improbabili." "Mi ha detto l’altro giorno che, con tre partite a settimana, è dura ritagliarsi mezz’ora qui e là. Doveva avere molta voglia." Saluto Ciso e ritorno da Ale. «Ehi, campione, non ti stanchi?" "No, no, mister. Ci sto lavorando su." Sorride e colpisce ancora. La palla gonfia la rete. "Non ti sono bastati i gol in Champions?" Fa una risata che illumina la sua faccia pulita da bravo ragazzo. "Sa cos’è, mister? Secondo me per calciare ci sono modi diversi da quelli che conosciamo, vorrei provare…" "Mi spieghi meglio?» «Ha presente quelle punizioni a due che si vedono nel campionato brasiliano? Uno alza la palla, l’altro calcia al volo e la palla prima sale e poi scende." Con la mano disegna la parabola che s’infila proprio sotto la traversa. "L’ho presente" rispondo. "Ecco, vorrei ricreare quell’effetto da fermo." Lo guardo strano. E lui guarda me, come se sulla mia faccia fosse scritto: 'Ma che cazzo dici?'. "Contento tu, Ale… Ma da così lontano… mi pare impossibile." Sono scettico, lui invece ci crede. "Voglio provarci" ripete con entusiasmo. Gli do un 'cinque' e mi allontano. C’è la conferenza. Prima però incrocio Esposito e Moggi. "Daje ai giornalisti, Marcello" scherza Luciano. Poi si gira verso Esposito: "Come va?". "Tutto bene, direttore." "Ahi ahi…" "E perché “ahi ahi”, direttore?" replica Esposito sorpreso. "Perché quando va bene non va bene." Dallo sguardo di Luciano non si capisce dove finisca lo scherzo e dove cominci la preoccupazione. "Direttore, magari tra poco si rompono tutti, ma le garantisco che per ora stanno bene." "Se lo dici tu…" fa Luciano prima di andarsene. Con i giornalisti vorrei parlare del Torino, che affrontiamo domani. È in grosse difficoltà e rischia di retrocedere. Ha cambiato tre allenatori: dopo Sonetti e Scoglio, ora c’è Lido Vieri, mio ex compagno nella Pistoiese e persona serissima. Invece mi ritrovo a parlare di un tecnico un po’ meno serio e simpatico: Suaudeau, l’allenatore del Nantes, ha infatti rilanciato le sue lamentele sui giornali dopo il nostro spiacevole incontro in conferenza. "Marcello, il francese ha detto che Vialli è un truffatore e che tu insegni ai tuoi giocatori a essere maleducati." Più che una domanda, è un invito a reagire. Conto fino a cinque e mi complimento con me stesso. Mi passano per la testa un bel po’ di paroline che farebbero arrossire un camallo di quelli che c’erano a Genova ai tempi della Samp. Invece la mia risposta è oxfordiana: "Evidentemente sta cercando di caricare l’ambiente"...


