Lui dice "It's Bible time" e i compagni pregano: così Pulisic è diventato la guida spirituale degli Usa

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L'attaccante del Milan protagonista principale del diffuso ritorno alla spiritualità della Nazionale statunitense. Ma non è il solo

10 giugno - 20:39 - LOS ANGELES

Preghiere prima delle partite, incontri di studio della Bibbia durante i ritiri, conversazioni sulla fede nello spogliatoio. Gli Stati Uniti nel Mondiale di casa sembrano voler guardare all’Altissimo e chissà che un aiuto divino possa servire per battere la Turchia di Calha e Yildiz e poi passare da primi il girone. La religione, in particolare il cristianesimo evangelico, è diventata negli ultimi anni una componente assai visibile dell'identità della nazionale maschile di soccer (in patria utilizzano una sigla asciutta per riferirsi a chiamarla: Usmnt, United States men's national team), ancora di più alla vigilia della Coppa del Mondo 2026 e in questo particolare contesto socio-politico che incombe sulla manifestazione.

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Il protagonista principale di questo diffuso ritorno alla spiritualità è Christian Pulisic, stella della squadra anche senza la fascia di capitano che il ct Pochettino gli ha appena tolto. Il milanista parla apertamente della propria fede e pubblica regolarmente riferimenti biblici sui social. Già nell’interminabile docuserie in nove episodi per Paramount+, a un certo punto, lo si vede nella sua casa milanese, seduto a un tavolo da pranzo con delle orchidee rosa sullo sfondo, mentre sfoglia la Bibbia. Un amico gli chiede scherzosamente che ore siano e lui risponde: "It’s Bible Time". È l'ora della Bibbia. Davanti a lui, una matita, un quaderno aperto su una pagina bianca e, al collo, la croce che porta abitualmente. La fede di Pulisic non è certo una sorpresa, ma la novità, semmai, è che nella sua nazionale si è formato attorno a lui un gruppo di giocatori che sembrerebbe condividere lo stesso afflato.

Sul profilo Instagram dello juventino Weston McKennie si legge solo "All glory to God", mentre nell'immagine lo si vede con le dita rivolte verso il cielo e orecchini a forma di croce. Chris Richards, difensore baffuto e con un cespuglio sulla testa, ha raccontato che lui e circa dieci compagni del Crystal Palace si riuniscono regolarmente per pregare e partecipare a studi biblici prima delle partite. Il portiere Matt Freese è, invece, un cattolico praticante e ha rivelato di aver conosciuto Pulisic proprio durante un incontro di natura religiosa, ancora prima di condividere con lui l'esperienza in nazionale. E il capo bastone, l’argentino che siede in panchina? Si sa che nella sua terra il calcio si mescola pure alla religione e, infatti, Pochettino indossa quasi sempre un braccialetto di un santo. Quando nel 2009 arrivò alla guida dell’Espanyol, si fece tutti i circa 12 chilometri che portano al santuario di Montserrat, vicino a Barcellona, per pregare: fu ascoltato, il club si salvò.

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A unire i fili ci ha pensato il quotidiano inglese The Guardian, che ha investigato il fenomeno da tutti i punti di vista e ha anche mostrato le differenze rispetto al passato. Ad esempio, nell’ultimo Mondiale nella rosa degli Stati Uniti c’era Walker Zimmerman, figlio di un pastore protestante che ha spesso testimoniato la propria fede. Poi Yunus Musah, musulmano noto alla Serie A, osservante al punto di digiunare durante il Ramadan nonostante l’attività agonistica e perfino nei giorni di partita, e DeAndre Yedlin, buddista che guidava diversi compagni in meditazioni a piedi nudi sul campo dopo ogni gara in Qatar. Ciò che è diverso, semmai, è il contesto, la nuova aria che tira in casa dello Zio Sam: non esiste alcun collegamento diretto tra le scelte dei calciatori e la politica nazionale, ma il tema in generale occupa uno spazio sempre più grande nel dibattito pubblico americano. In fondo, è stata l'amministrazione Trump a soffiare sui movimenti nazionalistici religiosi e a sostenere una visione cristiana dell'identità nazionale. 

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Pulisic, che del presidente in carica è simpatizzante, deve comunque cambiare la sua realtà terrena più di quella trascendente. L’ultimo gol, in un’amichevole giocata il 31 maggio contro il Senegal in cui ha pure servito un assist, ha interrotto un digiuno infinito: il milanista non aveva mai segnato in tutto il 2026 dopo un avvio di stagione rossonera sensazionale. Il precedente centro in nazionale, invece, risaliva al novembre 2024 contro la Giamaica. In mezzo c’era pure stata la decisione controversa di non partecipare all’ultima Gold Cup, per cui si era attirato più di qualche critica, soprattutto da parte di ex giocatori. Nelle ultime amichevoli l’Usmnt ha comunque mostrato i soliti due volti – davanti la squadra è viva e rapida, dietro statica e fragile –, ma Christian si è comunque tolto un discreto peso, al punto che ha poi zittito chi continuava a criticare il suo digiuno da gol: "Spero ora smettano di parlarne…". In fondo, l’uomo copertina della squadra resta sempre lui, Capitan America, l’unico capace di firmare autografi per 36 minuti di fila nel ritiro di Irvine, vicino L.A. Pochettino avrà pure deciso che il capitano non è più lui, ma Tim Ream, però Pulisic non ha certo meno leadership del compagno con la fascia. Anzi, Bibbia in mano, ha più l’aria del predicatore che dell’attaccante.

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