Luciano Castellini: "Lo scudetto del '76 fu una rivoluzione. Eravamo indottrinati al Toro..."

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Sabato 'il Giaguaro' sarà all’evento per i 50 anni dall’ultimo titolo granata: "La festa? Più bella oggi di allora. Quel gruppo era fantastico, come prima regola avevamo la dottrina del Toro. Prima di tutto eravamo tifosi"

Simone Battaggia

Giornalista

14 maggio - 12:18 - MILANO

Ci sarà anche il Giaguaro. Luciano Castellini sabato tornerà sul terreno del vecchio Comunale, lì dove esattamente cinquant’anni prima visse da protagonista il trionfo dell’ultimo scudetto granata. Il portiere sarà accompagnato dai nipoti, Luciano e Leone, classe 2013, entrambi calciatori ("Gli ho passato la malattia, ma non stanno in porta") e racconterà loro della magia di quel giorno, dei 65.000 sugli spalti, delle bandiere, di quanto pesasse il pallone, del gol di Pulici e di Gigi Radice rabbuiato per quell’autorete che permise al Cesena di pareggiare 1-1 "sporcando" il ruolino dei granata in casa, dopo 14 partite di campionato vinte. Un dettaglio che ben presto sarebbe scomparso, di fronte alla grandezza di quell’impresa. Sabato sarà ricordata nella "Partita della Storia" all’Olimpico Grande Torino, un evento che inizierà alle 14 e che vedrà coinvolti tanti protagonisti di quello scudetto. "È più bello adesso che allora — attacca Castellini —. Allora era stato tutto così violento, così veloce. Io mi dovevo sposare dopo due giorni, in classifica eravamo stati dietro di quattro punti alla Juventus e venivamo da un mese terribile, terribile ma alla fine piacevole. Ora che sono vecchio sono felice di aver passato quei momenti, i ricordi mi aiutano, ne parlo con i miei nipoti anche se non se ne interessano più di tanto (ride, ndr). Per loro però resto il più bravo portiere di tutti".

Ha raccontato che contro il Cesena non c’eravate molto con la testa.

"Sì, anche se non ce ne rendevamo conto. Io sono un ansioso e quel giorno non riuscivo a fare un rinvio, ma eravamo tutti così. Un traguardo del genere è stupendo, ma non lo assapori poi così bene. Succede tutto così di colpo".

L’autorete di Mozzini nacque da quella tensione?

"Colpa al cinquanta per cento, via. Alla fine però tutto finì bene. Ogni tanto mi stupisco quando sento i calciatori che dicono 'Mi sono divertito'. Io non mi sono mai divertito la domenica. Per me era una passione, una tensione continua, c’erano i nervi da controllare. Non è facile giocare in porta. Io mi divertivo solo al 93’ quando vincevamo".

Ha sempre sottolineato le qualità umane di quel gruppo.

"Eravamo proprio amici. Ma erano bravi anche quelli della Juve: io ad esempio tra gli amici ho Gentile, che abita vicino a me, Zoff che è stato mio testimone di nozze. Pure Tardelli è un mio grande amico. Eravamo nemici in campo ma per il resto loro erano uguali a noi, solo avevano un’altra maglia. La nostra però era la maglia dei poveri". 

Avevamo addosso il confronto con gli Invincibili e senza saperlo lo subivamo. Allora il Filadelfia profumava ancora di quella squadra. Era come andare in chiesa

Luciano Castellini

Ha detto che per voi fu uno scudetto rivoluzionario. In che senso?

"Pativamo il peso del vecchio Toro, quello che morì a Superga. Avevamo addosso sempre il confronto con gli Invincibili e senza saperlo lo subivamo. Allora il Filadelfia profumava ancora di quella squadra, io mi cambiavo nello spogliatoio dove si era cambiato Bacigalupo, le panche erano quelle, gli spazi erano quelli, c’erano i ricordi loro. Gli osservatori del settore giovanile ti raccontavano le loro storie, gente che non era partita per quella trasferta a Lisbona ma che allora era presente. Andare al Filadelfia era come andare in chiesa. Noi eravamo ragazzotti, sentivamo quella pressione ma faticavamo a spiegarcela, ora invece ce ne rendiamo conto. Nella settimana dei derby c’erano cinquemila persone a ogni allenamento, non c’era bisogno di motivazioni". 

L’anno successivo col Toro rimase imbattuto per 19 partite. Quel gruppo avrebbe meritato di più?

"Sicuramente. Quel gruppo fantastico era e fantastico rimane. Abbiamo una chat con tutti i compagni, le mogli si sentono ancora. Ogni tanto ci si trova per qualche mangiata, per stare con i tifosi. Era un gruppo vero, fatto di italiani. Io, Claudio Sala e Pulici eravamo brianzoli, poveri. Ci guadagnavamo la michetta, come si dice". 

Sala e Pulici erano i suoi coinquilini.

"Sì, vivevamo in una villa (ride, ndr). Macché villa, era un appartamento con tre brande, andavamo al campo a piedi. Avevamo tre macchine uguali e per tornare a casa facevamo una volta a testa, per non spendere dei quattrini. Quando toccava a me li lasciavo a Monza e proseguivo per il Lago di Como. Era un ambiente anche molto severo, non potevi andare a casa senza il permesso della società, dovevi andare a mangiare dove dicevano loro. Ogni tanto qualche scappatella la facevamo, ma eravamo supercontrollati. Con grande piacere, comunque, perché quello che facevamo non era niente di grave". 

Con Pulici lei aveva un rapporto speciale.

"Anche in campo parlavamo dialetto, così non ci capiva nessuno. Pupi era fantastico, uno che a 22 anni aveva vinto due classifiche cannonieri. Aveva il gol nel sangue". 

Come nacque il soprannome 'Giaguaro'?

"Avvenne un pomeriggio. Abitando sul Lago di Como, andavo con un motoscafino sull’altra sponda, in un crotto di Lezzeno che frequentava anche Gianni Brera. Una sera lo trovai, iniziammo a cenare alle 7.30 e alle tre di notte eravamo ancora lì. Siccome io facevo i tuffi nel lago, lui mi disse 'Sei come un giaguaro'...".

Chi gioca adesso non è stato indottrinato come noi: i vari Cereser, Agroppi, Fossati, Poletti, Puja, Ferrini soprattutto, come prima regola avevano la dottrina del Toro

Luciano Castellini

L’hanno definita un portiere estroso, anticonformista. Perché?

"Ero molto istintivo. Mi accettavo per quello che ero, sperimentavo i miei allenamenti. L’unico che mi ha aiutato è stato Franco Sattolo, il portiere di riserva (fino al 1974, ndr). Devo tanto a quell’uomo, è stato il mio psicologo, il mio tutore, mi teneva calmo e mi faceva ragionare". 

Cosa si attende dalle ultime due partite di campionato del Torino di oggi?

"Non riesco a parlar male del Toro di oggi e non si possono fare confronti, perché sono altri tempi. Chi gioca adesso non è stato indottrinato come siamo stati indottrinati noi: i vari Cereser, Agroppi, Fossati, Poletti, Puja, Ferrini soprattutto, come prima regola avevano la dottrina del Toro. Ora questa cosa non esiste più. Noi avevamo la maglia granata ma prima di tutto eravamo tifosi. I giocatori di oggi fanno la loro professione, non posso parlar male di loro. Ma credo che dieci italiani, anche magari più scarsi, qualche punto in più lo avrebbero".

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