Il cammino casalingo incostante, i mesi "rallentati" di ottobre e gennaio, le difficoltà con le squadre di seconda fascia e la rosa poco profonda: anatomia di una corsa al titolo via via sempre più complessa
Ha provato a restare aggrappato con le unghie e con i denti finché ha potuto, ma a un certo punto la salita è diventata liscia come il marmo. Impossibile mantenere la presa. Il Milan che dà l'addio - virtuale, certo, ma con ampia tendenza al reale - allo scudetto, lo fa proprio a pochi giorni da quel mese di marzo che Allegri ha maneggiato con cura e speranza fin dall'autunno. "A marzo vedremo dove saremo e inizieremo a fare i conti", ha ripetuto allo sfinimento Max lungo i mesi. A Milanello nessuno aveva in realtà mai nominato la parola scudetto, ma è altrettanto vero come trasparisse fra le righe delle dichiarazioni di alcuni giocatori. Comprensibile, fino a quando si era a meno 7 con il derby da giocare. Adesso invece, a meno di un suicidio interista francamente improbabile, è già arrivato il momento di interrogarsi su cosa non ha funzionato. Sul dove, sul quando e sul perché la lotta al titolo è sfuggita dalle mani rossonere.
dove
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Soprattutto in casa. La classifica parla chiaro: dalle tredici gare esterne il Diavolo ha spremuto 29 punti, senza perdere mai (solo il Bayern in Europa può dire altrettanto). Al Meazza l'andatura è a malapena da Champions: 23 punti nelle altre tredici partite, ovvero una media di 1,9. Considerando solo le partite casalinghe, fanno meglio Inter, Napoli, Roma, Atalanta e Juve. Le due sconfitte stagionali sono arrivate entrambe a San Siro, dove il Diavolo non è esattamente un generatore di gol: 18, contro i 23 messi a segno in trasferta. E va peggio anche la difesa: 11 reti incassate contro le 9 in trasferta (la quota migliore assieme a Inter e Lazio). Una spiegazione, parziale, risiede senz'altro nel modo di approcciare gli avversari di bassa classifica: contro chi arriva al Meazza col chiaro - e legittimo - intento di limitare i danni, il Milan si ritrova in grande difficoltà nella proposta offensiva.
quando
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Paradossalmente, il primo rumoroso scivolone con la Cremonese è il momento di buio meno grave. Perdere alla prima giornata genera ovviamente cattivi pensieri, ma davanti ci sono ancora trentasette occasioni per coltivare ambizioni da primato. Una brutta spallata al Diavolo semmai è arrivata dal mese di ottobre: tre pareggi (Juve, Pisa, Atalanta) e una sola vittoria (Fiorentina) hanno inferto un primo rallentamento doloroso. Dal primo posto i rossoneri si sono ritrovati al quarto. L'altra botta è stata a gennaio, in termini numerici quasi la fotocopia di ottobre: tre pareggi (Genoa, Fiorentina, Roma) e due vittorie (Cagliari, Lecce). E se a inizio 2026 la classifica diceva secondo posto (con una partita da recuperare) a un punto dall'Inter capolista, alla fine di gennaio la posizione era sempre la seconda, ma a meno 5 dalla vetta. Il pari nel recupero col Como e la caduta col Parma hanno fatto il resto.
perché
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La capacità di sintesi è un pregio, ma in questo caso è complicato ridurre la questione in poche righe. I fattori che più spiccano all'occhio? La costruzione della rosa, ovvero un gruppo con soli 19 giocatori di movimento (saliti a 20 dopo il mercato invernale). Troppo pochi, anche se non c'erano le coppe europee. E la malasorte ha subito preteso il suo tributo: il Milan ha rallentato vistosamente quando sono mancati Rabiot e Pulisic simultaneamente, poi il nazionale Usa ha proseguito nei suoi guai fisici ai quali si è aggiunto Leao. Alcune alternative peraltro, sono rimaste acerbe a lungo (Athekame, De Winter), o non sono mai state contemplate (Odogu). Un problema in più, in una rosa già striminzita. Poi c'è l'evidente handicap dei risultati contro le medio piccole. Essere la squadra migliore negli scontri diretti di alta classifica è un grande boost, però si riduce a un "vorrei ma non posso" se poi si perde con la Cremonese e si concedono quattro punti al Parma. E da qui è semplice fornire la spiegazione tattica: questo era e resta un Milan poco abile a dettare il gioco, a variare soluzioni contro le squadre che si chiudono. Allegri ha mantenuto il 3-5-2 anche in circostanze - come col Parma - in cui passare al 4-3-3 avrebbe potuto garantire più peso offensivo. Detto questo, occorre uscire da un equivoco che il Milan continua a trascinarsi dietro: anche se quest'anno ci sono Modric e Rabiot, i rossoneri restano di base una squadra di transizione e non di palleggio. Allegri per sua filosofia ama a prescindere attendere e ripartire, ma ha sotto mano una rosa in grado di offrirgli soprattutto questo.



