Ieri il tecnico giallorosso si è tolto l’elmo, come Massimo Decimo Meridio, ma non per minacciare guerra: per piangere
Li aspettavano questa sera all’Olimpico, come fosse il Colosseo, dopo una settimana di fuoco. Claudio Ranieri e Gian Piero Gasperini. Ne resterà uno solo. Ieri Gasp si è tolto l’elmo, come Massimo Decimo Meridio, ma non per minacciare guerra: per piangere. È caduta la maschera dell’allenatore duro che fa vomitare i giocatori di fatica, che si picchia col Papu, "l’antipatico", come l’ha etichettato Ranieri, e si è mostrato com’è: un uomo che vive di cuore, in pressing sull’attimo. Aveva pianto per i morti di Bergamo, per Ilicic sollevato con un abbraccio perché pesava come una piuma… Ieri stava parlando di Antonio Percassi e la voce si è rotta. È scappato. Forse ha ripensato alla notte di Dublino, quando, in piedi sul tavolo, cantavano insieme e roteavano i tovaglioli. L’epilogo di una favola splendida.
la favola
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È venuto alla Roma per scriverne un’altra. Alla Juve, dov’è nato, sarebbe stato più facile, ma l’idea di emozionare l’Urbe, di aggiungere bellezza alla Sistina gli ha gonfiato il cuore. Per ora, come ha detto ieri, non ha trovato il gruppo di lavoro compatto che aveva all’Atalanta. Ma il popolo ha già intuito cosa può dare Gasp con giocatori più degni e si sta spostando dalla sua parte. Si può amare Roma senza essere nati al Testaccio. Ora tocca alla proprietà scegliere. Dall’Inter se ne andò con un herpes al labbro grosso come una noce, logorato dal fuoco amico. Non vuole fare la stessa fine. Le lacrime sono anche spia di tensione. I Friedkin devono scegliere. Altrimenti Gasp farà come ieri: prenderà la porta e, se la troverà chiusa, la sfonderà.

