L'immobilismo è colpa di tanti. C'è stata anche molta confusione tecnica. Se nel 2030 vogliamo davvero evitare il quarto schiaffo, bisogna correre. Finora il calcio ha tirato a campare. Anzi, ha tirato a perdere
Cambiare non è più una scelta, è un’urgenza. Il calcio italiano si trova a piangere un’altra eliminazione mondiale, la terza di seguito, perché non è mai guarito dalla sua malattia più grave: la mancanza di coraggio. Da questo punto di vista Gravina se dovesse dimettersi farebbe almeno chiarezza, lasciando campo libero al rinnovamento, che senza coraggio sarebbe comunque inutile. Nel piccolo stadio bosniaco è franato non solo un obiettivo sportivo ma anche l’ultimo faticoso tentativo di rinviare a un domani indefinito quel cambiamento che già nel 2018, dopo il primo schiaffo mondiale, doveva essere abbracciato e messo in pratica. Invece nulla accadde, la promessa di una riforma profonda del sistema si trasformò in una giaculatoria prima, in uno slogan poi e, alla fine, in una barzelletta.
verso il precipizio
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Tutto è rimasto pressappoco uguale, spostamenti impercettibili, nonostante i numerosi segnali di crisi. Nonostante il Covid, con il suo lascito tragico: umano, sportivo, economico. Di questo immobilismo ha responsabilità ogni componente del calcio, nessuna esclusa, in forme diverse e con pesi diversi. Se poco ha fatto la Federcalcio sul tema per esempio della governance (come è possibile che la A conti ancora così poco?) è anche vero che il contributo della Lega è stato impalpabile o addirittura non c’è stato, come nel caso dei no agli stage prima dei playoff mondiali. Ma ha responsabilità anche la politica, che al calcio ha progressivamente tolto ogni genere di sostegno, solo per non correre il rischio dell’impopolarità, continuando nello stesso tempo a incassare oltre 1,5 miliardi all’anno tra gettito fiscale e previdenziale. L’Europeo di Mancini e Vialli aveva illuso che tutto il peggio fosse alle spalle, le resistenze al cambiamento trovarono finalmente un solido ancoraggio e il secondo schiaffo mondiale, in casa con la Macedonia del Nord ci spiegò che non era affatto così. Da allora è stato un precipizio, con l’aggravante di una confusione tecnica come non si vedeva da anni. Siamo passati da Mancini a Spalletti, da Spalletti a Gattuso, con in mezzo un tentativo per Ranieri. La Nazionale, in un Paese calcisticamente in difficoltà, deve rappresentare anche dal punto di vista tecnico un modello. Un valore aggiunto, un propulsore. La Nazionale deve esprimere un valore molto superiore alla somma dei valori dei singoli giocatori. Non è stato così. Anzi, è accaduto il contrario. Le responsabilità minori le ha proprio il commissario tecnico, che ha messo dentro questa complicatissima avventura quello che poteva. Non so quanto abbia funzionato la combinazione con Buffon e Bonucci, ma certo non è nata bene e come è finita lo sappiamo.
necessario correre
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Cosa ora ci aspetta dipenderà in gran parte da Gravina. Se scegliesse di farsi da parte, si aprirebbe un nuovo capitolo in un contesto meno avvelenato. Lo stesso presidente federale preferirebbe, nel caso lasciasse, che il calcio prendesse la strada nel rinnovamento piuttosto che quello della continuità. Quindi un nome nuovo. D’altronde che senso avrebbe passare il testimone a chi ha condiviso una sconfitta così amara? Nessun Paese vincitore di almeno un Mondiale è rimasto fuori per tre tornei consecutivi. Se non vogliamo migliorare questo primato avvilente, se vogliamo davvero evitare nel 2030 il quarto schiaffo, c’è da correre. Finora il calcio ha tirato a campare. Anzi, tirato a perdere.


