Tra tagli ai finanziamenti federali e sospetti politici, il settore di questi vaccini oncologici ha attraversato mesi difficili. I nuovi dati clinici su melanoma e pancreas sembrano ora invertire la rotta

Moderna e Merck hanno annunciato i primi risultati positivi di uno studio di fase 3 su un vaccino terapeutico personalizzato contro il melanoma. È una notizia che il settore aspettava da anni: si tratta del primo trial randomizzato di fase 3 a dimostrare in modo statisticamente solido il beneficio di un vaccino “neoantigene”, cioè costruito su misura per riconoscere le mutazioni specifiche del tumore di ciascun paziente.
Domande di approfondimento generate da 24Ore AIIl trattamento, chiamato autogene Intismeran (già noto come V940 o mRna-4157), è stato testato in combinazione con il farmaco immunoterapico Keytruda su pazienti che avevano già subito la rimozione chirurgica di un melanoma cutaneo ad alto rischio, in stadio IIB-IV. Lo studio, denominato Interpath-001, ha coinvolto 1.137 pazienti, randomizzati a ricevere Keytruda da solo oppure Keytruda più il vaccino personalizzato.
I risultati provvisori indicano un miglioramento clinicamente e statisticamente significativo sia nella sopravvivenza libera da recidiva sia nella prevenzione della diffusione a distanza del tumore, senza nuovi segnali di sicurezza. Le due aziende non hanno ancora diffuso i dati numerici completi, che presenteranno a un prossimo congresso medico internazionale, ma hanno già avviato colloqui con le autorità regolatorie per una possibile richiesta di approvazione accelerata - un secondo tentativo, dopo che una prima domanda in questo senso era stata respinta dalla Fda nel 2024.
Il mercato ha reagito con entusiasmo
Il titolo Moderna è arrivato a guadagnare fino al 160% in una sola seduta, quello di Merck circa l'11%, e l'intero indice Nasdaq Biotechnology ha toccato un massimo storico. Gli analisti di Barclays stimano che, solo per l'indicazione sul melanoma, il trattamento potrebbe generare vendite per circa 3 miliardi di dollari l'anno entro il 2035.
Al di là dei numeri di Borsa, il dato clinico più rilevante riguarda il meccanismo: il vaccino viene fabbricato analizzando le mutazioni genetiche specifiche del tumore rimosso chirurgicamente da ogni paziente, per istruire il sistema immunitario a riconoscere fino a una trentina di bersagli diversi presenti sulle cellule malate. È lo stesso principio - personalizzazione estrema, tempi di produzione compressi grazie alla tecnologia a mRna - che sta guidando la sperimentazione di approcci analoghi anche su tumori del polmone, del seno, della vescica, del rene e, soprattutto, del pancreas.
Un secondo fronte: il pancreas
Se il melanoma ha prodotto la notizia più clamorosa, è il cancro al pancreas a offrire probabilmente la dimostrazione più toccante del potenziale - e dei limiti - di questa tecnologia. Un reportage pubblicato in aprile ha raccontato la storia di una paziente statunitense a cui, nel 2020, fu diagnosticato un tumore al pancreas: una malattia in cui solo un paziente su quattro sopravvive al primo anno.
La donna entrò in uno studio sperimentale del Memorial Sloan Kettering Cancer Center guidato dal chirurgo oncologo Vinod Balachandran, che da anni studia i rari “super-sopravvissuti” al cancro al pancreas per capire perché il loro sistema immunitario riesca a riconoscere il tumore come un corpo estraneo. Dopo l'asportazione chirurgica del tumore, il tessuto veniva inviato in Germania, dove i laboratori BionTech lo trasformavano in un vaccino su misura, restituito alla paziente nel giro di poche settimane e somministrato insieme a immunoterapia e chemioterapia.
Il decorso non è stato lineare - la chemioterapia si è rivelata quasi intollerabile, tanto da dover essere interrotta dopo poche sedute - ma sei anni dopo la paziente è viva e senza segni di malattia. Non è un caso isolato: su 16 partecipanti allo studio pilota, otto hanno sviluppato una risposta immunitaria marcata al vaccino, e sette di questi otto erano ancora vivi a sei anni di distanza, dati poi presentati al congresso dell'American Association for Cancer Research. Sono numeri troppo piccoli per essere definitivi - motivo per cui è già partito un trial multicentrico più ampio - ma indicano una direzione: se un vaccino a mRna riesce a innescare una risposta duratura contro uno dei tumori più difficili da colpire, il principio potrebbe essere replicabile altrove.
Le strategie a confronto: vaccini “su misura” e vaccini “pronti all'uso”
Il filone Moderna-Merck sul melanoma e quello Msk-BioNTech sul pancreas condividono la stessa filosofia: personalizzazione totale, con un vaccino diverso per ogni paziente. È un approccio potente ma difficile da scalare industrialmente, sia per i tempi di produzione sia per i costi.
Per questo, in parallelo, si sta sviluppando un secondo filone di ricerca, quello dei vaccini “generalizzati” o pronti all'uso, pensati per colpire bersagli condivisi da molti pazienti con lo stesso tipo di tumore, senza bisogno di una fabbricazione individuale. Un ricercatore dell'Università della Florida ha spinto questa logica ancora oltre, testando su modelli murini un vaccino a mRna che non codifica per alcun antigene tumorale specifico, ma stimola in modo aspecifico la produzione di una proteina - Pd-L1 - che rende i tumori più vulnerabili all'immunoterapia. L'idea, in questo caso, non è colpire il bersaglio con precisione chirurgica, ma “svegliare” in modo rapido e generico il sistema immunitario, guadagnando settimane preziose rispetto ai tempi di produzione di un vaccino personalizzato.
Una terza linea di indagine, forse la più sorprendente, arriva da un'analisi condotta su oltre mille pazienti oncologici in trattamento con inibitori del checkpoint immunitario: chi aveva ricevuto un vaccino Covid a mRna nei cento giorni precedenti l'inizio della terapia mostrava una risposta significativamente migliore ai farmaci antitumorali, al punto che per alcuni sottogruppi la sopravvivenza è quasi raddoppiata. L'ipotesi degli autori è che l'mRna non agisca solo come un bersaglio mirato, ma anche come un segnale di allarme generale che allerta l'intero sistema immunitario, un'osservazione che ha già portato all'avvio di un nuovo studio clinico costruito apposta per testarla.
Un anno turbolento tra tagli, sospetti e ripartenze
Il contesto in cui arrivano questi risultati non è stato semplice. Negli ultimi diciotto mesi la tecnologia a mRna applicata all'oncologia ha attraversato una fase di forte pressione politica negli Stati Uniti, alimentata dallo scetticismo di parte dell'amministrazione verso i vaccini a mRna in generale, retaggio delle polemiche legate ai vaccini Covid. Tra i momenti più critici: una richiesta del National Institutes of Health di segnalare tutti i finanziamenti legati all'mRna, una proposta di taglio di oltre il 40% ai fondi del National Cancer Institute, la cancellazione di un accordo da 590 milioni di dollari con Moderna per un vaccino antinfluenzale pandemico e lo stop, poi revocato dopo le proteste della comunità scientifica, alla revisione del vaccino antinfluenzale a mRna di Moderna da parte della Fda.
Diversi ricercatori hanno raccontato di aver visto vacillare, almeno temporaneamente, la propria fiducia nel settore, e alcuni progetti - come uno studio su un vaccino sperimentale per un raro tumore cerebrale pediatrico, già approvato ma privo di fondi effettivi - restano bloccati in un limbo amministrativo. Negli ultimi mesi, tuttavia, il flusso dei finanziamenti federali sembra essere ripartito, con decine di nuove sovvenzioni assegnate e dichiarazioni ufficiali che indicano i vaccini oncologici a mRna come una priorità di ricerca. Nel frattempo, i programmi più avanzati - quello sul melanoma in testa - si reggono ormai soprattutto su capitali privati e partnership industriali, meno esposti alle oscillazioni dei bilanci pubblici.
Cosa aspettarsi ora
I risultati di oggi su melanoma e pancreas non sono un punto di arrivo, ma la prima conferma solida di un principio inseguito da vent'anni: insegnare al sistema immunitario a riconoscere un tumore come qualcosa di estraneo, usando la stessa piattaforma tecnologica dei vaccini Covid. Restano diversi nodi da sciogliere: la scalabilità industriale dei trattamenti personalizzati, il prezzo (che Moderna non ha ancora fissato), la conferma dei benefici sulla sopravvivenza globale — non solo su quella libera da recidiva — e la tenuta del sostegno pubblico e regolatorio nel tempo.
Se l'approvazione accelerata dovesse arrivare, come alcuni analisti ritengono plausibile già nel 2027, il vaccino contro il melanoma potrebbe diventare il primo trattamento oncologico a mRna personalizzato disponibile su larga scala, aprendo la strada ai trial già in corso su altri tumori solidi - polmone, vescica, rene, pancreas - che negli ultimi mesi hanno prodotto segnali incoraggianti ma ancora preliminari.




