Alla vigilia dell'ottavo di finale contro il Belgio, la nazionale statunitense ha trasformato il quartier generale di Seattle in una piccola fortezza
Gli americani del soccer in missione mondiale fanno talmente sul serio da essere caduti in una vecchia, eterna paura: quella delle spie. Alla vigilia dell'ottavo di finale contro il Belgio, gli Stati Uniti hanno trasformato il loro quartier generale di Seattle in una piccola fortezza. Nessun allarme particolare, nessun sospetto concreto sugli avversari, ma meglio non fidarsi: coach “Poch” sa che a questo punto del Mondiale anche un dettaglio può fare la differenza. Così, all'Husky Soccer Stadium della University of Washington, dove la nazionale di Mauricio Pochettino si prepara ormai da qualche giorno, sono improvvisamente comparse grandi barriere mobili sul lato ovest del campo. Non sono state costruite per l'occasione, ma sono state prese in prestito dal vicino impianto di baseball universitario. Si tratta di grandi schermi utilizzati durante gli allenamenti di battuta, ricoperti con teloni marroni per renderli completamente opachi: lo staff li ha piazzati nei punti in cui gli alberi lasciavano “aperta” la visuale a distanza. Perché questa misura d’emergenza? Alle spalle del campo c'è una piccola collinetta e, soprattutto, alcuni edifici del campus. Dai piani più alti del McMahon Hall, uno dei dormitori della University of Washington, ma anche da altre strutture circostanti, si vede per intero il campo d'allenamento. Alcuni balconi sono chiusi durante l'estate, quando non ci sono i corsi, ma alcuni punti sono comunque raggiungibili: da qui la decisione di limitare il più possibile l’osservazione dall'esterno.
POCH DIFFIDENTE
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La Federazione americana ci ha tenuto a precisare che non ci sono prove di tentativi di spionaggio da parte di misteriosi emissari di Rudi Garcia. Trattasi di misura puramente preventiva: del resto, qui nel ritiro si parla molto dello scandalo che coinvolse il Canada alle Olimpiadi di Parigi 2024, quando venne scoperto un sistema di osservazione degli allenamenti degli avversari attraverso l'utilizzo di droni. Quello sì che fu un vero caso internazionale, con tanto di sanzioni. In questo caso, invece, tutto partirebbe dalla prudenza dello stesso Pochettino, tecnico che si starà pure “americanizzando”, ma che conserva diffidenza latina. Già durante la fase a gironi, alla vigilia della sfida contro l'Australia, il ct era salito sulla collina e aveva ripreso tutto con un video a 360 gradi. “Siamo nell'epoca delle spie”, aveva detto scherzando, poi aveva aggiunto di voler condividere le immagini con il responsabile della sicurezza della nazionale per capire esattamente quali fossero i punti vulnerabili dell'impianto. In quel momento sembrava una semplice battuta, due settimane dopo si è capito che non lo era: le barriere sono arrivate davvero e, grazie ai vicini del baseball, l’allenamento è stato… schermato.



