La Bovisa, Verona, l'Inter e poi il silenzio... "Non è più il mio calcio". Bagnoli, storia dell'allenatore operaio

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Addo Osvaldo! Nato nel quartiere della periferia milanese, prima di diventare un calciatore del Milan ha lavorato per anni in fabbrica. Da tecnico, ha vinto lo storico e meraviglioso scudetto del 1985 col Verona, ma ha pure centrato una semifinale di coppa Uefa col Genoa e guidato l'Inter. Lasciò il calcio, senza fare rumore, a soli 59 anni non riconoscendosi più in quel mondo... 

Furio Zara

Collaboratore

17 luglio 2026 (modifica alle 13:53) - MILANO

Da via Candiani 104, Bovisa, Milano operaia, dov’era nato e cresciuto, a botte di colpi di tosse per gli scarichi delle fabbriche e paltò voltati e rivoltati ad ogni cambio di stagione, fino allo scudetto con l’Hellas Verona, anno di grazia 1985 - la più bella favola del calcio italiano, ma lui non l’avrebbe mai chiamata favola - una vita a schiena dritta, all’insegna della sobrietà e della dignità, per entrare - e oggi che se n’è andato a novantuno anni glielo riconoscono tutti - nella leggenda del calcio italiano. Osvaldo Bagnoli, classe 1935, aveva cominciato a lavorare da ragazzino: operaio in una ditta di cinture, poi ragazzo di bottega in un tappetificio, quindi addetto ai lavabo in una ditta di ceramiche. Votava socialista, come suo padre, tifava Juventus, per colpa di suo cugino Giannino, che l’aveva convinto. Era stato calciatore, passando dalle 28 mila lire al mese da operaio alle 35 mila da ala destra, Bagnolino lo chiamavano al Milan. Era incantato da Pepe Schiaffino, suo compagno di squadra. Bilancio da calciatore: 110 partite in A e 209 in B, più un bel po’ di Serie C, soprattutto alla fine. Milan dalla seconda metà degli anni 50, Verona, Udinese, Catanzaro, Spal, ancora Udinese, poi il Verbania, ultima tappa da calciatore e prima da allenatore, con una massima, che poi avrebbe custodito per tutta la vita: "L’allenatore è uno che ha la responsabilità di far giocare un gruppo di ragazzi la domenica". Semplice, definitivo. In panchina a Como, Rimini, Fano, la promozione in C1, il biennio di Cesena, con la promozione in A, per farsi un nome, quindi l’approdo nella città dove scelse di vivere, Verona. E la costruzione di una squadra unica, speciale e indimenticabile, o forse la costruzione di un amore, come canterebbe Ivano Fossati. "La costruzione di un amore/spezza le vene delle mani/mescola il sangue col sudore/se te ne rimane". Esattamente questo: con Bagnoli l’Hellas sale in A, al primo anno da neopromosso centra il 4° posto e la qualificazione in Coppa Uefa, al terzo centra lo scudetto.

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