L'Italia, la squalifica, il solito Eddie Jones: "Farò come Mou, datemi un cesto della lavanderia"

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Il ct del Giappone in vista della sfida con l'Italia il 4 luglio a Tokyo. Lui non ci sarà, sospeso dalla sua stessa federazione. "Mi nasconderò per evitare i controlli…". L'ultima di una carriera da raccontare, dai grandi risultati in campo ai clamorosi scivoloni verbali

Roberto Parretta

29 giugno - 22:23 - MILANO

Va fatta subito chiarezza. Il manager, l’allenatore, o come lo chiamiamo noi il commissario tecnico, è stato, è e resterà sempre una icona mondiale, un punto di riferimento per tutti. Il comunicatore, invece, forse è meglio lasciar perdere. Perché ormai ogni volta che apre bocca, Eddie Jones sfiora e supera sovente la misura. Ne è consapevole? È una strategia? Si è autoconvinto di essere un guru infallibile? Qualunque sia il motivo, di certo oggi il c.t. del Giappone assomiglia sempre di più a un personaggio in cerca di continue attenzioni. Ma qual è il confine tra il grande allenatore e il bullo?

come mourinho

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L’ultimo caso, il più recente, è quello legato alla squalifica di 6 settimane che la federazione giapponese gli ha inflitto, con sospensione dello stipendio, per avere commentato in maniera inappropriata l’operato degli arbitri nel corso del tour in Australia del Giappone Under 23 lo scorso aprile. Jones è stato così lasciato a casa per i due test del Giappone XV (la seconda squadra) giocati con Hong Kong e non potrà guidare la squadra per l’ultimo test con i Maori All Blacks il 27 giugno a Nagoya e nell’esordio del nuovo Nations Championship, il 4 luglio con l’Italia a Tokyo. La squalifica non gli ha invece impedito di presentarsi in conferenza stampa la settimana scorsa per annunciare i convocati per il torneo e non gli impedirà di guidare gli allenamenti. E non gli ha impedito, come da tradizione, di spararla grossa: “Il Giappone sarà la squadra più forte del torneo, sarà la squadra che tutti vogliono veder giocare. L’Italia? È la squadra che ha fatto più progressi nel mondo. Per batterli dovremo avere un miglior rendimento di loro nel lavoro senza la palla, un’area nella quale sono eccezionali”. Dopo essersi scusato per i commenti che gli sono costati la squalifica, Jones ha quindi spiegato a chi si ispirerà per limitarne gli effetti: “Farò come Jose Mourinho…”. Il riferimento è al celebre episodio del 2005, quando l’allora manager del Chelsea, squalificato per il match di Champions League con il Bayern Monaco, entrò a Stamford Bridge diverse ore prima del match e si chiuse nello spogliatoio aspettando di poter parlare alla squadra prima dell’ingresso in campo, evitando così i controlli degli ispettori dell’Uefa. Il problema sorse poi quando Mourinho dovette lasciare lo spogliatoio, così il magazziniere Stuart Banister lo nascose in un grande cesto della biancheria, portandolo fuori dallo stadio. La differenza è che Jones è stato squalificato dalla sua stessa federazione, che difficilmente permetterà ai suoi dipendenti di aiutare il c.t. “Sto solo scherzando”, si è però affrettato a dire ai giornalisti Jones. “Prendo molto seriamente questo provvedimento disciplinare. Durante la partita della Nazionale Giapponese Under 23 disputata a inizio aprile in Australia, le mie osservazioni inappropriate hanno causato disagio agli arbitri locali e a tutti i presenti. Chiedo scusa a tutte le persone coinvolte: mi pento profondamente delle mie parole e delle mie azioni. Mi impegnerò affinché un simile incidente non si ripeta”. Resta il mistero sulle parole che gli sono costate la squalifica, visto che nessuno le ha rese pubbliche. David Pembroke, giornalista e attualmente conduttore del podcast Rugby Unity, che vanta una carriera quasi quarantennale nel mondo del rugby, ha rivelato di averne parlato direttamente con Jones: “Siamo stati colleghi e siamo amici da anni. Abbiamo parlato. Ha perso il controllo e ha detto all’arbitro cose che non avrebbe dovuto dire. E’ una punizione assolutamente in linea rispetto a come dovrebbero andare le cose”.

L’Italia? È la squadra che ha fatto più progressi nel mondo. Dovremo avere un miglior rendimento di loro nel lavoro senza la palla, dove sono eccezionali

Eddie JonesC.t. del Giappone rugby

risultati e polemiche

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L’allenatore è indubbiamente un vincente. Anche se non ha mai vinto i Mondiali, perdendo due finali, quella in casa con l’Australia nel 2003 e quella in Giappone con l’Inghilterra nel 2015. Soprattutto il primo caso viene però ritenuto una grossa macchia. La vittoria che lo ha reso un immortale nella storia del rugby è invece il clamoroso 34-32 del Giappone in rimonta sul Sudafrica ai Mondiali del 2015. Va però poi aggiunto che, pur battendo anche Samoa e Stati Uniti i Brave Blossoms non riuscirono a conquistare mai il punto di bonus mete e mancarono la qualificazione ai quarti di finali per effetto della sconfitta con la Scozia. Una vittoria storica, quindi, ma inutile. Alla guida dell’Inghilterra ha anche conquistato per tre volte il Sei Nazioni. È molto rispettato per la sua profonda conoscenza del gioco e la capacità di saper anticipare i tempi, costruendosi un percorso in continua evoluzione. Molti giocatori gli attribuiscono il merito di avere loro impresso una mentalità vincente, spingendoli a raggiungere il loro massimo. C’è però anche il lato cattivo. Alcuni ex giocatori, come Danny Care, hanno descritto il suo regno in Inghilterra come tossico e lo hanno paragonato a una dittatura. La pressione incessante e i costanti test psicologici hanno lasciato alcuni giocatori prosciugati. E difficilmente si lascia dietro bei ricordi. L’Inghilterra lo cacciò 9 mesi prima del Mondiale 2023, al quale andò poi con l’Australia, chiudendolo però rovinosamente con la clamorosa eliminazione ai gironi. In definitiva, Jones è un allenatore ad alto rischio e ad alto rendimento, i cui metodi impegnativi spesso producono brillanti risultati a breve termine ma possono fratturare il morale della squadra e creare intense polemiche nel tempo. Ma perché la RFU lo licenziò a 9 mesi dai Mondiali del 2023? Jones aveva semplicemente intossicato l’ambiente, secondo quanto emerse da una complessa indagine interna che coinvolse giocatori e staff. Nell’ultimo anno in carica erano venuti meno anche i risultati: 5 vittorie, 6 sconfitte, un pareggio e i fischi di Twickenham dopo la batosta con il Sudafrica, la terza nei quattro test autunnali. I giocatori e anche parte dello staff confessarono di non trovarsi “più a loro agio mentalmente e fisicamente” con il modo di fare di Jones. Significativo l’episodio che vide Jones ridurre in lacrime il tallonatore Max Malins durante un allenamento con veri e propri abusi verbali e fisici. “In tanti erano felici di chiudere i camp e tornare ai club”. Molto criticato proprio il regime di allenamento eccessivamente logorante. Ai giocatori venne però rimproverato di avere tirato fuori queste problematiche troppo tardi, solo quando i risultati iniziarono a diventare negativi. Però, se ancora oggi è c.t. è proprio per colpa di quella eliminazione nel 2015. Dopo la vittoria sugli Springboks, infatti, aveva dichiarato: “Se arriviamo ai quarti di finale mi ritiro. Voglio diventare come Sir Clive Woodward, stare in tv a parlar male di tutti. Diteglielo, voglio diventare come lui: è il mio sogno”.

contro tutti

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Se con Woodward aveva certamente il dente avvelenato per la sconfitta nella finale Mondiale del 2003, è pur vero che nel corso degli anni Eddie Jones si è lasciato andare a commenti velenosi, se non offensivi, praticamente contro chiunque. “L’arroganza è un aspetto negativo solo se sei un perdente. Se sei vincente e arrogante, allora si chiama autostima”. Vale allora la pena ricordarne qualcun altro. A cominciare da quello sul Galles: “Un piccolo posto di merda con 3 milioni di abitanti. 3 milioni!”. Frase seguita dalle scuse. Stessa cosa accaduta con l’Irlanda:“Abbiamo giocato 23 partite e abbiamo perso solo con quegli irlandesi schifosi. Sono ancora molto arrabbiato, ma ci rifaremo. Ho sentito qualcuno chiamarli Nazioni Unite, mi è scappato da ridere”, disse anche in riferimento all’eccessivo utilizzo delle regole sulla residenza per naturalizzare giocatori. Come per gli All Blacks: “Come fanno? Non lo so. Anzi si. Hanno le tre accademie più grandi del mondo: Figi, Samoa e Tonga”. E sugli scozzesi: “Un bel match veccho stile Calcutta Cup. Vento, pioggia fitta e pubblico aggressivo e poco educato. In campo poi sono fastidiosi, cercano di provocarti. Lo fanno da sempre, è per questo che sono ancora qui”. A Jones non piacciono neanche i Lions: “Non è un lavoro, dovrei passare 8 settimane in giacca e cravatta. Fai l’ambasciatore, io sono un allenatore. E preferirei allenare Queensland alla Sheffield Shield di cricket”. Replicando a un giornalista sulle sue presunte tattiche mentali, Jones rispose insultando due popoli contemporaneamente: “Non li capisco davvero i giochi mentali, non sono così sveglio. Sono australiano, discendo da carcerati inglesi”. Talvolta gli scappano complimenti, sempre però a modo suo.“I georgiani hanno una mischia pazzesca, la più forte del mondo. I bambini geoergiani nascono già con la barba”. Ebbe parole buone anche verso il giovane Maro Itoje: “E’ un ragazzino con la testa sulle spalle. E’ come una Vauxhall Viva, ma lo trasformeremo in una Bmw”. Itoje lo ringraziò, spiegando però di non avere però capito il paragone, perché la Viva era ormai fuori produzione da 15 anni prima che lui nascesse. Una certa sensiblità la mostrò anche quando il suo ex capitano inglese Dylan Hartley annunciò il ritiro dal rugby: “Sei fottuto, amico!”. Quando il suo assistente Neil Craig venne colpito in testa da una bottiglia lanciata dai tifosi scozzesi a Murrayfield nel 2020, si affrettò a minimizzare: “Non ci aspettavamo un lancio di birre, dev’essere un loro nuovo stratagemma. Ma Neil sta bene, ha la testa dura. Oltretutto è anche mezza vuota”. Sul presidente del Bath che si lamentava per i suoi giocatori infortunati durante un ritiro della nazionale inglese: “Bruce Craig parla come Donald Trump. Hanno anche la stessa acconciatura”. A proposito di Trump: “Come farò tornare grande l’Inghilterra? Come fa Trump con il suo mantra ‘Make America Great Again’. Non c’è nessun elemento che possa farlo pensare, ma a forza di ripeterlo evidentemente li convinci”.

ITALIANI

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Fu invece decisamente furibonda la sua reazione alla “fox” italiana. Nel 2017 l’Italia di Conor O’Shea scioccò Twickenham con una tattica mai vista prima, rifiutando l’ingaggio in ruck. L’allora c.t. dell’Inghilterra, che come i giocatori in campo non ci aveva capito niente, tirò fuori un insulto legato a un vecchio episodio del cricket (la sua passione): “Ricordate Trevor Chappell? Oggi l’abbiamo visto nel rugby. Se questo è rugby, mi ritiro. Come dicono nel calcio? Parcheggiare l’autobus davanti l’area. Ecco, non so cosa fosse, ma oggi l’Italia ha parcheggiato qualcosa di molto più grande”. Qui ci vuole una spiegazione. Durante un test del 1981 tra Australia e Nuova Zelanda, con gli avversari che avevano bisogno di 6 punti per pareggiare, il capitano australiano Greg Chappell disse a suo fratello minore Trevor di lanciare la palla dal basso e rasoterra. Questo impedì al battitore neozelandese di colpire la palla in aria: un colpo nelle regole, ma che violava lo spirito del gioco. La fox, come sappiamo, fu successivamente vietata. Così, anche se il c.t. del Giappone è squalificato e non potrà guidare la squadra il 4 luglio, sarà meglio che il c.t. azzurro Gonzalo Quesada eviti di infastidire gli avversari con qualche tattica imprevista o con qualche commento. Se non vuole finire anche lui nella lunga lista dei nemici di Eddie Jones.

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