È un pezzo di storia del club bianconero: “Non è certamente il dottore che vince le Coppe e i campionati, però è seduto in panchina e partecipa con grandi responsabilità alle dinamiche quotidiane della squadra”
Di scatti per il campo ne ha fatti un’infinità, quasi come un attaccante: “Ma fortunatamente io non mi sono mai stirato…”. Fabrizio Tencone è stato molto più che un medico per la Juventus, è un pezzo di storia. Dalle sue mani sono passate svariate migliaia di milioni tra ginocchia, tibie, caviglie. Una vera e propria gioielleria di giocatori: da Vialli a Del Piero, da Zidane a Pirlo… In due periodi differenti (1995-2002 e 2010-16) ha sollevato ogni tipo di trofeo con i bianconeri: “Non è certamente il dottore che vince le Coppe e i campionati, però è seduto in panchina e partecipa con grandi responsabilità alle dinamiche quotidiane della squadra”, racconta il direttore dell’Isokinetic di Torino.
La prima volta in panchina?
“Febbraio 1995 in Sampdoria-Juventus 0-1, gol di Vialli. Nel luglio 1994 inizio la stagione come medico della Primavera, poi a febbraio vengo promosso in prima squadra perché un medico lascia il club. Appena mi siedo in panchina, Lippi mi fa sorridere con una battuta delle sue: 'Dottore, siamo primi in classifica. Vediamo di non…'. Marcello era 'fisiologicamente' scaramantico, non eccessivamente. Era attento a tutto, ad ogni particolare. Anche alle questioni mediche. Non sono tutti così gli allenatori: conosco tecnici scarsi e poco preparati che sottovalutano gli aspetti sanitari. Io sono stato fortunato: ho lavorato con il meglio: Lippi, Ancelotti e nella mia seconda avventura juventina Conte e Allegri”.
Il giocatore più ipocondriaco?
“Ne ho avuti diversi, ma non sono difficili da gestire. I veri guai sono gli infortuni gravi. Per quello alla schiena di Buffon non ci dormivo la notte. Non per paura, ma per la consapevolezza della problematica: non era scontato che Gigi sarebbe tornato come prima. Ha stupito tutti, me compreso: dopo l’intervento del 2010 è un po’ come avesse iniziato una seconda carriera, ma sempre al top. Un extraterrestre. Raramente ho visto giocatori così determinati: aveva già vinto il Mondiale, eppure arrivava a fare tre sedute di terapie al giorno”.
I casi più dolorosi: il mal di schiena di Buffon, insieme al grave infortunio al ginocchio di Del Piero e a quello alla tibia di Ferrara?"
Quello di Buffon è stato il caso più doloroso?
“Insieme al grave infortunio al ginocchio di Del Piero e a quello alla tibia di Ferrara. Gigi, Ale e Ciro sono anche tra i giocatori con cui ho legato di più”.
Mentre visitava un giocatore ha mai avuto un pensiero del tipo: “Qua ballano un sacco di soldi…”.
“La percezione di avere tra le mani dei giocatori che valgono tanti milioni è sempre ben presente, ma in quei momenti la tua priorità è la salute dei ragazzi, niente conta di più. Ferrara il più divertente di tutti, aveva una barzelletta per ogni situazione. Quando lo sono andato a soccorrere in campo, ho letto nei suoi occhi che si era fatto veramente male: infatti si era rotto la tibia”.
Un giocatore allergico a dottori e massaggiatori?
“Vierchowod era come in campo, duro e puro. Penso di non averlo mai visto sul lettino, giocatore vecchia maniera”.
Zidane a volte ti lasciava a bocca aperta. Faceva dei gesti pazzeschi"
Zidane che paziente era?
“Educato, persona squisita e alla mano. La gente si è goduta le sue magie in partita, ma io sono tra i fortunati che ho potuto ammirarlo anche in allenamento: a volte ti lasciava a bocca aperta. Faceva dei gesti pazzeschi”.
Il giocatore più estroso?
"Thuram. Uomo bellissimo, sempre vestito in modo elegante anche per l’allenamento: abiti lunghissimi, quasi dei mantelli”.
E Davids?
“Edgar è stato geniale: ha trasformato un difetto di vista e l’esigenza di dover giocare con gli occhiali in un tratto iconico. Una esperienza di vita che va oltre al calcio”.
I medici hanno un ruolo anche nel mercato?
“In passato, quando si avevano meno notizie rispetto ad oggi, era normale prendere informazioni sui giocatori nel mirino del club per capire lo storico a livello di infortuni. Moggi era sempre molto saggio, anche da questo punto di vista. Mi viene in mente anche l’ingaggio di Pirlo a parametro zero dell’estate 2011, ai tempi di Marotta e Paratici. Andrea era reduce da un’ultima stagione con diversi acciacchi al Milan: arrivò alla Juventus e non saltò una gara. Una grandissima soddisfazione. Merito anche di Conte, l’allenatore di quell’anno: Antonio è laureato in Scienze motorie ed è molto preparato sulla fisiologia del corpo umano. È provato da diversi studi: la qualità della comunicazione tra staff tecnico e medico aiuta a ridurre gli infortuni”.
Se ripensa al Conte giocatore?
“Il primo pensiero è la finale di Champions vinta a Roma nel 1996. Antonio si infortuna contro l’Ajax. Al rientro a Torino, tutti a festeggiare. Tranne Conte e noi medici che invece andiamo in ospedale. Antonio era dispiaciuto per l’infortunio alla coscia, ma la soddisfazione per la Coppa era più potente ed efficace di qualsiasi antidolorifico”.
Potesse tornare indietro?
“Cambierei due partite. La finale di Champions persa con il Borussia Dortmund e lo scudetto sfumato nell’acquazzone di Perugia. Al Curi sembrava di essere in un film: chiusi nello spogliatoio, il tempo sembrava non trascorrere mai. C’era chi chiacchierava, chi restava muto e chiedeva nuove fasciature. Della finale contro il Borussia Dortmund non dimenticherò mai gli sguardi degli ex Reuter e Kohler: per loro fu un’incredibile rivincita. Ma in realtà l’unica cosa che vorrei cambiere veramente sono gli esiti dei primi esami del sangue di Andrea Fortunato, che la leucemia ha portato via troppo presto. É un ragazzo che ho sempre nel cuore”.
Non pensa mai a un ultimo ballo nel calcio?
“Capitolo non chiuso, ma proprio chiusissimo. Anche se ancora adesso, quando guardo una partita in televisione e vedo uno giocatore a terra, il primo pensiero è la possibile diagnosi. Deformazione professionale, non nostalgia. Nel calcio ho dato e mi sono tolto tantissime soddisfazioni. Ma adesso mi appaga essere il medico di tutti, non solo dei giocatori. Sono il direttore dell’Isokinetic di Torino, insegno all’Università: mi piace curare i pazienti ed educare le future generazioni di medici”.


