Tra i massimi esperti mondiali di longevità, lo scienziato di Stanford spiega perché due persone della stessa età possono avere un'età biologica molto diversa e come fare a invecchiare meglio
Eugenio Spagnuolo
26 giugno - 13:38 - MILANO
Due persone della stessa età sulla carta possono avere livelli di infiammazione, resilienza e rischio di malattia radicalmente diversi. Una può muoversi, pensare e sentire come se avesse vent'anni di meno; l'altra no. L'età anagrafica, insomma, dice poco. Quella biologica dice tutto, e misurarla con precisione è diventato uno dei terreni più fertili della ricerca sulla longevità. David Furman (in foto) ci lavora da anni: professore associato al Buck Institute for Research on Aging e direttore del 1.000 Immunomes Project alla Stanford School of Medicine, ha sviluppato un orologio dell'infiammazione che stima l'età biologica dai biomarcatori del sangue e sta ora lavorando a un test eseguibile con una semplice goccia di sangue. Lo abbiamo incontrato al Milan Longevity Summit, quest'anno costruito attorno al concetto di One Health, che mette in relazione salute umana, ambientale ed economica per ridisegnare il futuro della longevità. Nella conversazione che segue, spiega perché l'infiammazione non è solo una conseguenza dell'invecchiamento, cosa rivelano i biomarcatori del sangue sul nostro futuro, e cosa possiamo fare oggi per invecchiare meglio.
Professor Furman, di "età biologica" si parla ormai da anni. Cosa c'è di diverso in quello che ha misurato?
"La maggior parte dei test sull'età biologica stima quanto vecchio appaia il corpo a livello molecolare. Il nostro lavoro si concentra invece sull'infiammazione e su quanto bene si stia invecchiando. Combiniamo biomarcatori del sangue con misure di quella che l'Organizzazione mondiale della sanità chiama Capacità Intrinseca, cioè la capacità di muoversi, pensare, vedere, sentire e mantenere il benessere psicologico. Invece di stimare semplicemente l'età, misuriamo i processi biologici che determinano la perdita di funzione e il rischio di malattia, con l'obiettivo di identificare chi sta invecchiando più velocemente, chi più lentamente, e cosa si può fare al riguardo".
È vero che sta lavorando a un test che potrebbe essere eseguito con una goccia di sangue essiccato?
"Sì, stiamo sviluppando metodi che usano un semplice campione di sangue ottenuto con una puntura sul dito, raccolto su carta da filtro. La sfida è dimostrare che le informazioni ottenute siano accurate quanto quelle dei campioni di sangue convenzionali. I risultati finora sono promettenti e se il metodo venisse pienamente validato, questo approccio potrebbe rendere i test avanzati sulla longevità molto più accessibili e abbordabili. Con le gocce di sangue essiccato riusciamo già a misurare proteine e metaboliti in modo accurato".
Come può un semplice esame del sangue dire se una persona si muove bene, vede, sente o pensa chiaramente?
"Il sangue riflette lo stato dell'intero organismo. Il sistema immunitario e altri percorsi biologici comunicano continuamente con il cervello, i muscoli, gli occhi, le orecchie e gli altri organi. Quando questi sistemi cominciano a declinare, lasciano nel sangue firme molecolari. Analizzando questi schemi e collegandoli a grandi dataset umani, possiamo stimare il rischio di futuri declini nella funzione fisica e cognitiva. I biomarcatori del sangue non sostituiscono i test funzionali, ma possono fornire un segnale precoce prima che compaiano sintomi importanti".
Alcune persone invecchiano peggio di quanto suggerisca la loro età anagrafica. Come si spiega?
"L'età anagrafica ci dice da quanto tempo siamo vivi. L'età biologica riflette gli effetti cumulativi di genetica, stile di vita, ambiente, infezioni, stress, sonno, alimentazione e attività fisica. Le persone invecchiano a ritmi molto diversi perché nel corso della vita sono esposte a fattori diversi. Due persone possono avere la stessa età sulla carta ma livelli di infiammazione, resilienza e rischio di malattia radicalmente diversi".
Infiammazione cronica e invecchiamento: dove nasce il legame?
"L'infiammazione cronica di basso grado è una delle caratteristiche più forti e costanti dell'invecchiamento. Sebbene l'infiammazione sia indispensabile per combattere le infezioni e riparare i danni, quella persistente altera gradualmente il funzionamento normale dei tessuti e contribuisce alle malattie cardiovascolari, al diabete, alla neurodegenerazione, alla fragilità e a molte altre condizioni legate all'invecchiamento. La nostra ricerca ha dimostrato che l'infiammazione non è semplicemente una conseguenza dell'invecchiamento: è uno dei suoi principali motori".
Mettiamo che il risultato sia negativo, cosa possiamo fare? Ci sono farmaci, integratori, stili di vita che la ricerca ha dimostrato fare davvero la differenza?
"Le prove più solide riguardano ancora gli interventi sullo stile di vita. Esercizio fisico regolare, peso corporeo nella norma, sonno adeguato, gestione dello stress e un'alimentazione di qualità possono migliorare in modo rilevante molti marcatori biologici associati all'invecchiamento. Anche ridurre l'esposizione alle plastiche sembra aiutare. Alcuni farmaci, tra cui gli agonisti del recettore GLP-1, la metformina e la rapamicina, sono allo studio per i loro potenziali effetti sull'invecchiamento biologico, ma nessuno va visto come un sostituto di abitudini sane. Il futuro della medicina della longevità sarà probabilmente personalizzato: identificare quali processi biologici stanno invecchiando più velocemente in ogni individuo e intervenire con misure specifiche".


