L'America siamo noi! L'Italia del baseball fa la storia e batte gli Usa a casa loro

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Gli azzurri, quasi tutti italoamericani ma talmente "paisà" da portarsi la macchinetta del caffé in panchina, ammutoliscono le stelle della Mlb a Houston nel World Baseball Classic

Mario Salvini

Giornalista

11 marzo 2026 (modifica alle 07:46) - MILANO

L’inimmaginabile è successo. L’Italia ha battuto gli Stati Uniti. L’Italia del baseball ha stupito il mondo intero. Gli Azzurri di Francisco Cervelli hanno vinto una partita pazzesca, che resterà nella storia del baseball e di tutto il nostro sport. E che ci mantiene in testa nel girone, davanti a tutti, a un passo dai quarti del World Baseball Classic. Da quei quarti da quali adesso gli stessi Stati Uniti, in casa, rischiano di restare fuori. Nessuno, davvero nessuno avrebbe potuto pronosticare una cosa del genere e prevedere l’8-6 che ci ha esaltati e spaventati. Perché – ed è ancora più incredibile – siamo stati in vantaggio anche 8-0. E poi abbiamo sofferto, guardando gli americani che rosicchiavano il nostro vantaggio. E che sono arrivati ad avere la possibilità del pareggio, con il loro capitano alla battuta, Aaron Judge, stella dei New York Yankees dal contratto da 360 milioni di dollari. Abbiamo penato e alla fine gioito. Mentre il Daikin Stadium di Houston si è ammutolito. 

italiani di tutto il mondo

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Non è la prima volta che superiamo gli Stati Uniti. Era già successo nel 1973 a Parma alla Coppa Intercontinentale (6-5 al 10° inning); nel 1986 al Mondiale in Olanda (5-3); nel 2007 al Mondiale a Taichung, Taiwan (6-2). Ma erano nazionali dilettantistiche degli Stati Uniti. Stavolta c’erano tutti i migliori. Gli Stati Uniti erano Aaron Judge e Kyle Schwarber, Bobby Witt e Gunnar Henderson, Paul Goldschmidt, Pete Crow-Armstrong e Roman Anthony. E poi anche Bryce Harper. In altri sport lo chiamerebbero Dream Team. Ieri notte, per tutta la notte, anche se sono rimasti svegli, sono stati gli appassionati italiani a sognare. E a gustarsi una squadra bizzarra e allegra che sta conquistando il mondo. Composta di italoamericani, va spiegato. Nipoti di italiani, orgogliosissimi di vestire l’azzurro, di portare il tricolore sulla casacca e sul cappello. Michael Lorenzen, il lanciatore eroe di questa partita, che ha reso innocue le mazze delle star. E poi Kyle Teel, Jac Caglianone, Sam Antonacci. Ognuno di loro ha portato nel dugout e in spogliatoio la propria storia, quella dei nonni e dei bisnonni dalla Calabria, dall’Irpinia, dal Varesotto, dal Foggiano. Coi riti e i gesti stereotipati che sono diventati simboli. Come la macchina del caffè in panchina, e il capitano, Vinnie Pasquantino che dopo ogni fuoricampo accoglie il compagno che lo ha battuto con un espresso e due bacioni schioccanti. Ecco, ieri notte, ne ha versati tre, di caffè. Tre tazzine, sei baci. Per una vittoria strepitosa.

la partita

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 Il primo inning ha confermato i pensieri e le previsioni: tre battitori italiani si sono parati davanti a Nolan McLean, e tutti e tre sono stati eliminati al piatto. Sarà durissima, si immagina. E invece Lorenzen, il nostro lanciatore partente, ha fatto capire quanto è importante dare tranquillità alla squadra. Anche lui ha lasciato a zero l’attacco avversario, peraltro mandando opportunamente in base per ball la superstar, Aaron Judge. Per lavorarsi a dovere gli altri. E poi al secondo è cominciato lo stupore. Il nostro catcher, Kyle Tyler l’ha sparata fuori: 1-0. Quindi McLean ha colpito Jac Caglianone. E Sam Antonacci ha a sua volta piantato un fuoricampo, anche lui: 3-0. Gli statunitensi scuotevano la testa. Sembravano infastiditi, niente di più. Eppure Lorenzen ha continuato il suo lavoro straordinario sul monte di lancio. Tre out senza paure nel secondo inning, stessa cosa nel terzo. Al quarto il nostro allungo. Il pitcher nuovo entrato per gli Usa, Ryan Yarbrough, ha mandato in base Teels. E dietro di lui Jac Caglianone ha colpito una linea di rara violenza che si è spenta tra il pubblico attonito dei Daikin Park. Fuoricampo, ancora: 5-0 per noi. Da non crederci. Lorenzen ha continuato ad esser meraviglioso fino al quinto, a metà partita, quando la regola del limite dei lanci (65) ha costretto il nostro manager, Francisco Cervelli, a toglierlo. Ancora, all’inning successivo, è successo l’impensabile. Teel ha battuto un doppio, purtroppo infortunandosi a un ginocchio (al suo posto, nel ruolo di catcher, J.J. D’Orazio). Caglianone si è guadagnato una base per ball. E Sam Antonacci ha fatto la peggior battuta possibile, in quel momento: una rimbalzante sul lanciatore, Brad Keller. Un doppio gioco che sembrava fatto, e invece Keller ha sbagliato il tiro in seconda: un errore clamoroso. Un punto casa: 6-0. Uno sbaglio che abbiamo fatto pagare caro: volata di sacrificio di Dante Nori per far entrare Caglianone (7-0). Poi un’altra imperfezione di Keller, un lancio pazzo che ha consentito di arrivare a casa anche ad Antonacci: 8-0. Fantascienza pura. La riscossa degli Stati Uniti è cominciata, era impensabile che non arrivasse. Fuoricampo di Gunnar Henderson (8-1). Quindi, al settimo, il nostro lanciatore Joe LaSorsa è partito alla grande, con due eliminazioni. Ha subito una valida da Paul Goldschmidt. E Cervelli lo ha cambiato, subito. Forse un po’ troppo affrettatamente. Dentro Alek Jacob. Subito colpito da un doppio di Brice Turang. Quindi da un fuoricampo di Pete Crow-Armstrong: 8-4.

bullpen

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 Partita di bullpen, come si dice, quando ad ogni inning entrano nuovi lanciatori. Per noi è stato il momento di Matt Festa. Che ha eliminato Gunnar Henderson e quindi anche Aaron Judge, peraltro con una presa strepitosa, in spaccata, del nostro prima base Vinnie Pasquantino su un tiro un po’ sballato del terza base Zach Dezenzo. Poi tre valide, di fila, di Kyle Schwarber, Will Smith e Roman Anthony, e 8-5. E a quel punto che Matt DeRosa ha messo un’altra superstar, fin lì inopportunamente tenuta in panca, Bryce Harper. Un momento di tensione pazzesca. Fino a che l’uomo simbolo dei Philadelphia Phillies non ha alzato una battuta sull’esterno centro, per l’eliminazione da parte di Dante Nori. Noi in attacco non abbiam più combinato granché. Praticamente nulla. Mentre la partita andava verso la fine. E si è arrivati al nono. A un inning dalla storia. Sul monte per noi Ron Marinaccio. Che ha fatto battere a terra Brice Turang, sull’interbase Antonacci. Altro tiro impreciso, e altro prodigio di Pasquantino: un out. Quindi Crow-Armstrong l’ha sbattuta fuori, di nuovo, secondo fuoricampo della notte, per lui: 8-6. E allora abbiamo cambiato ancora il lanciatore. Fuori Marinaccio, dentro Greg Weissert, con due maledetti out da fare. Accolto da una valida di Bobby Witt Jr. A quel punto, in battuta, Henderson che rappresentava il punto del pareggio. Una sofferenza.

houston non ci sta

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Pubblico di Houston tutto in piedi a urlare “U-S-A, U-S-A”. Henderson strike out. Mancava un out, un solo out. Nel box l’uomo più atteso, rappresentativo, Aaron Judge, capitano degli Stati Uniti, capitano dei New York Yankees. Perché nel baseball spesso, quasi sempre, la sceneggiatura è scritta da dio. Scegliete voi se con la minuscola. Uno strike, due strike. Terzo lancio, Aaron Judge l’ha lasciata passare. L’arbitro avrebbe anche potuto chiamare strike, sarebbe finita lì. Ma non l’ha fatto. La trepidazione è continuata. A Judge sarebbe bastato un buon contatto e la partita sarebbe stata ancora ribaltabile. Quarto lancio, Judge ha girato a vuoto. Strike out. Finita. L’inimmaginabile è accaduto. L’Italia ha battuto gli Stati Uniti 8-6.

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