La tuffatrice texana di origini Chickasaw ha reinventato il proprio rapporto con la competizione
Alberto Fumi
6 agosto - 09:15 - MILANO
Il burnout sportivo, una sindrome di esaurimento fisico, emotivo e mentale causata da uno stress cronico e prolungato legato alla pratica intensiva dello sport, intacca la carriera di diversi sportivi. Chiedete a Kaylea Arnett, texana di origine, cresciuta nella riserva Chickasaw in Oklahoma, che ha dovuto abbandonare (temporaneamente) la sua più grande passione per non esserne fagocitata.
Kaylea Arnett TRA STUDIO E NUOVE AVVENTURE
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Kaylea si tuffa fin da bambina: comincia l'attività agonistica a 8 anni e, appena due anni dopo, si qualifica già per i Giochi Panamericani Junior di Belém, in Brasile, dove conquista il bronzo nel trampolino 1 metro e in piattaforma. Nel 2007 arrivano due ori e un bronzo ai Campionati Panamericani Junior, nel 2009 un bronzo nel sincro 10 metri a un Grand Prix Fina. Parallelamente allo sport, si laurea in Filosofia con una specializzazione in Giapponese alla Virginia Tech, trascorrendo anche un periodo di studio in Giappone: un percorso accademico raro e curioso. Dopo anni da tuffatrice agonista, Arnett ha sentito il classico segnale d'allarme di chi fa sport ad alto livello fin da bambina. “Dopo un po', tutto diventa faticoso, non è più divertente”.
NUOVA VIA
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Invece di forzare, ha scelto di fermarsi e cambiare completamente scenario, dedicandosi per anni allo spettacolo: nel 2013 lavora come performer con il Cirque du Soleil, in seguito con la compagnia House of Dancing Water in Cina. “Amo tuffarmi, amavo esibirmi. Volevo assicurarmi di non perdere il sapore del divertimento. Per me è stato fondamentale cambiare mentalità nei confronti della competizione: niente pressione, solo un grande spettacolo”.
TUFFATRICE O PERFORMER
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La differenza è anche mentale. “Nelle competizioni esegui tuffi davvero difficili, c'è molto viaggiare, tanto lavoro in palestra, tanta preparazione. E c'è molta più pressione, molta intensità. Gli show sono diversi, riesci a entrare in una routine e non devi eseguire tuffi difficili: a fine serata torni a casa con lo stesso stipendio, indipendentemente da come hai tuffato. Ma competere è totalmente diverso, regala un'altra energia”. È una distinzione che racconta bene anche la natura ibrida dei tuffi dalle grandi altezze.
Kaylea Arnett TRA TECNICA E SPETTACOLO
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A differenza dei tuffi olimpici dalla piattaforma 10 metri o trampolino 3 metri, in cui tutto si gioca su un giudizio tecnico rigidissimo in poco più di un secondo di volo, le grandi altezze chiedono alle atlete anche di intrattenere, di costruire un momento spettacolare che il pubblico ricordi, in salti da 20 metri (27 per gli uomini) con fino a tre secondi di caduta libera. Non stupisce che diverse protagoniste del circuito, come la stessa Arnett o le star dei social come Molly Carlson e Morgane Herculano si raccontino tanto come creator quanto come atlete. Percorsi e profili molto diversi rispetto a quelli dei tuffatori “da piscina” e non è solo questione di approccio. Un tuffatore olimpico da piattaforma 10 metri entra in acqua a circa 50 km/h, un high diver, da 20-27 metri, supera invece gli 85 km/h dopo una caduta libera fino a tre secondi, con un impatto che genera sul corpo forze paragonabili a quelle di un pilota da caccia in manovra estrema.
I SUCCESSI DI Kaylea Arnett
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Lo scorso 12 luglio, dalla piattaforma di Porto Flavia, Kaylea Arnett ha raggiunto l'apice della sua seconda carriera da agonista. Dopo l'ultimo tuffo della tappa italiana della World Aquatics High Diving World Cup, ha urlato così forte da non riuscire a sentire il proprio punteggio. Quando le hanno comunicato che aveva vinto, quasi non ci credeva: “Non avevo idea di aver vinto, mi ero sentita bene, ma non sapevo se fosse abbastanza. Stavo urlando così forte che non riuscivo a sentire il risultato: l'ho scoperto solo qualche minuto dopo”. La sua prima vittoria nel circuito mondiale è stata siglata un mese dopo l'affermazione alla spettacolare Red Bull Cliff Diving World Series di St. Petersburg, in Florida: due successi che non sarebbero mai arrivati, senza una pausa dalle competizioni per ritrovare l'equilibrio.



