Il 22 giugno verrà eletto il nuovo presidente federale, ma chiunque vinca per la panchina azzurra è corsa a due
Se la storia dell’Italia fosse un romanzo di fantascienza, sarebbe di quelli ambientati in una realtà distopica, dove i protagonisti si salvano con una macchina del tempo. Ma tornare al passato e cancellare gli errori è impossibile. C’è un solo modo per tirarsi fuori dai guai. Non sbagliare più le scelte, cominciando da quella cruciale: il nuovo ct. Non manca molto. Il 24 giugno a mezzogiorno avremmo potuto giocare a Seattle contro il Qatar, dall’altra parte del mondo (e del Mondiale), ultimo turno del gruppo. Invece lì ci sarà la Bosnia. La nostra partita si svolgerà a Roma e probabilmente il risultato, quel giorno, sarà già scritto. La partita del ct azzurro, con Conte e Mancini sul ring.
Nuovo presidente
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Due giorni prima, il 22 giugno, verrà eletto il nuovo presidente federale: oggi Giovanni Malagò è in vantaggio su Giancarlo Abete. Quale che sia l’esito del voto, non c’è dubbio che i candidati federali avranno già un’idea sul prescelto, se non un preaccordo verbale, per rifare l’Italia. I nomi al vertice di tutte le liste sono due: Antonio Conte e Roberto Mancini. Con Massimiliano Allegri a un passo dal Napoli e fuori dai giochi, alle loro spalle insegue Claudio Ranieri: un anno fa, accettato l’incarico per il dopo Spalletti, l’ex tecnico giallorosso ebbe un ripensamento dopo ventiquattr’ore per l’incompatibilità con il ruolo di senior advisor nella Roma. La Figc dirottò allora su Gattuso. Ora è libero. Infine c’è la suggestione Pep Guardiola che però potrebbe dissolversi presto: sia per scelta di vita dello stesso tecnico ex City, sia per il suo stipendio monstre, benché per un tecnico che vive di sfide l’Italia sarebbe una scarica di adrenalina unica.
Mancini pentito
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Ranieri e Guardiola, con tutte le loro sfaccettature, restano sullo sfondo. Il dualismo è Conte-Mancini, due ex ct. Conte è il preferito, ma la questione salariale è tutto tranne che secondaria e il percorso di Mancini, da questa prospettiva, sarebbe più agevole. Campione d’Europa 2021, il Mancio ha vinto il campionato in Qatar con l’Al Sadd, ma non ha nessuna intenzione di continuare laggiù: il contratto gli riserva una clausola liberatoria a giugno. Non è un mistero che voglia tornare in Italia e si sia pentito della “follia” di quel 13 agosto 2023, quando comunicò le dimissioni via mail al presidente Gravina, a pochi giorni dalle partite di qualificazione europea. Una fuga vera e propria. Mancini in realtà aveva già un accordo per diventare ct dell’Arabia Saudita, evidenza negata fino al 27 agosto, quando andò a firmare a Riad. Si sa, un accordo non si raggiunge in due settimane. Quattordici mesi non memorabili in Arabia, un anno di stop, quindi l’Al Sadd e tanta voglia d’Italia. Dimenticando gli ingaggi fuori mercato della penisola arabica, oggi Mancini accetterebbe il “minimo sindacale” per un ct di una Nazionale decadente quanto si vuole, ma quattro volte campione mondiale: attorno ai due milioni. Cifra sostenibile.
Non solo amicizia
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Inevitabile, però, una domanda: sarebbe il Mancini del 2018-21, quello del capolavoro europeo, di una Nazionale spettacolare, vincente, coraggiosa, o quello post Wembley, che ha perso il biglietto per il Qatar e poi ha faticato nelle qualificazioni europee fino all’addio? Tutti dicono: visto il rapporto speciale con Malagò, amico e anche socio, Mancini sarebbe davanti. Ma l’amicizia non può essere la chiave di una scelta dalla quale dipende il futuro dell’Italia.
Programma federale
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Se non l’avessimo ancora capito, questo è un bivio storico. Ci siamo assuefatti al Mondiale a casa. Tre fasi finali consecutive out sono un’enormità che non fa più scandalo. Da qui a diventare come l’Ungheria, fortissima negli anni 50, e ridotta oggi a piccola d’Europa, la distanza è meno ampia di quanto si pensi. Camminiamo sull’orlo del baratro. Mettere il risparmio al primo posto sarebbe una follia. Qui c’è da studiare un progetto quadriennale con il nuovo ct, implementare il lavoro sui giovani privilegiando il discorso tecnico, accordarsi con la Lega per evitare coincidenze tafazziane sulle date e, per il bene pubblico, concedere al ct un paio di appuntamenti con i giocatori, invece di far finta di niente come quest’anno, quando Gattuso chiedeva un mezzo stage. Non l’ha avuto, ma il calcio italiano di club ha perso lo stesso tutte le coppe.
Euro Conte
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L’altro nome, Conte, ha i connotati del pragmatismo: ha allenato l’Italia dal 2014 al 2016, forse la più debole dell’ultimo ventennio, e l’ha portata a un passo da una semifinale europea, sfuggita dopo diciotto rigori. A Conte non dispiacerebbe un incarico senza più la quotidianità del club, anche se la pressione sulla Nazionale, l’ha sempre detto, non ha eguali. Lui sarebbe sicuro di staccare la qualificazione. Però non serve la sfera di cristallo per capire che non accetterebbe un incarico alle cifre di Mancini. Lasciamo da parte lo stipendio del Napoli che si aggira sugli otto milioni: a Conte andrebbe bene qualcosa di meno, non un dimezzamento. Nel 2016 il presidente Tavecchio s’inventò un accordo con la Puma per aumentare l’ingaggio a 4,5 milioni, cifra allora fuori budget. Se la nuova Federcalcio vorrà Conte dovrà dimostrarsi “creativa” tra sponsor, bonus e altre misure. Se l’obiettivo è Mancini, non ci saranno ostacoli, anzi sarebbe già fatto. Importante che prima venga la scelta tecnica, poi quella economica.



