Iran, cresce il fronte anti ayatollah dei tifosi: e allo stadio tante bandiere (vietate) col leone

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Allo stadio di Los Angeles si verifica ciò che Taremi e compagni temevano e che la Fifa aveva tentato di stoppare in tempo, ovvero l'invasione sugli spalti delle bandiere dell'Iran pre rivoluzione islamica, quelle cioè col sole e il leone. Non solo applausi, ma anche fischi, per i giocatori durante il riscaldamento

16 giugno - 02:46 - LOS ANGELES (USA)

Neda ha una dote particolare, chissà se gli arriva dall’antica fibra persiana: riesce a urlare rabbia e dolore senza spegnersi o abbassare il volume. Lo fa per ore, anzi per giorni. Questa studentessa 22enne di Ucla ha strillato davanti al Carson Park, casa dei Galaxy e un tempo di Ibra e Beckham, dove l’Iran ha potuto finalmente allenarsi per la rifinitura sul suolo del nemico americano. Si è ripetuta durante la notte sotto l’albergone nell’elegante Manhattan Beach, zona di shopping e ristoranti alla moda, trasformato in fortino da agenti e droni americani. "Molti miei parenti in Iran hanno partecipato alle proteste. Alcuni hanno avuto problemi seri. Penso prima a loro che al risultato della partita…", racconta Neda. Non poteva che tornare anche qui anche lei, nello spiazzo davanti al SoFi Stadium, come sempre riempito di poliziotti: l’immensa comunità iraniana si è, infatti, data appuntamento per una giornata storica in cui il debutto mondiale è solo un rumore di fondo, un pretesto per riportare agli occhi del pianeta la loro battaglia che dura da decenni. Un’enorme parte della diaspora iraniana dopo la presa del potere degli ayatollah ha, infatti, trovato rifugio nella città degli Angeli: tra prima e seconda generazione in California si sfiora il milione. Hanno popolato un quartiere colorato in cui si parla farsi, tra negozi di tappeti e ristoranti persiani: si chiama Tehrangeles, nome immaginifico. E, soprattutto, questa gente non ne vuol sapere di sostenere la nazionale, anche adesso che è arrivata a casa loro. Un piccolo giro di pareri in questa comunità, che aspetta la vetrina globale da mesi, e ti accorgi che solo una piccola minoranza sosterrà Taremi e soci in un controverso, turbolento, a tratti surreale viaggio mondiale. Roozbeh Farahanipour, attivista politico rifugiato a Los Angeles e molto noto nella comunità persiana in zona Westwood, lo dice chiaro: "Io amo l'Iran, ma non considero questa squadra rappresentante del popolo iraniano”. Arash, 54 anni, commerciante a Persian Square, invece, annega nei ricordi: "Da ragazzo tifavo Team Melli in ogni partita. Oggi non ci riesco più. Non odio i giocatori, ma credo che il governo usi il calcio per i suoi scopi”. Per la squadra che rappresenta la Repubblica Islamica, insomma, non sembra esserci tregua, ma solo tempesta: che il fronte sia interno o esterno, cambia poco. 

iran senza pace

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Lo sfondo rimane pur sempre il conflitto degli ayatollah con gli Stati Uniti, il “Grande Satana” che ha iniziato a bombardarli circa tre mesi fa in una guerra dolorosa per tutto il pianeta e che pare ormai alla fine. Nelle maglie della crisi diplomatica è, infatti, rimasta impigliata la nazionale iraniana, bloccata come a lungo le navi nello stretto di Hormuz: mai una squadra, infatti, aveva dovuto giocare un mondiale a casa di un altro Paese contro cui combatteva nello stesso momento un conflitto militare, e questa circostanza ha prodotto una situazione tesa come rare altre volte. Dopo aver penato per mesi per avere i visti necessari, non concessi comunque all’intero staff, ecco la prevedibile furiosa contestazione da parte di gente con cui i giocatori condividono le stesse millenarie radici. Se è stata ostile l’accoglienza americana, e l’ex interista Taremi lo ha fatto notare con un punto di sapida polemica, ancora peggio è forse quella degli iraniani d’America, che impugnano fieramente la loro bandiera dello Scià. La contrappongono alla versione religiosa, imposta dopo la rivoluzione del 1979, la stessa che ovviamente accompagna i ragazzi del ct Ghalenoei nelle divise ufficiali e nelle partite. La versione laica è diventata un simbolo di opposizione globale alla Repubblica Islamica: al posto di Allah contiene in mezzo il leone e il sole cari alla vecchia monarchia. A guardarle da lontano, le bandiere sembrano davvero uguali, visto lo stesso fondo di colori, ma a separarle ci sono decenni di sangue. 

la guerra delle bandiere

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Dai visti, quindi, il conflitto si è spostato alle bandiere, molto più di un simbolo, e la bufera ha coinvolto anche la Fifa. La federazione di Teheran ha subito chiesto e ottenuto di impedire l’ingresso al SoFi di vessilli considerati ostili, minacciando addirittura di lasciare il campo. La Fifa ha formalmente accettato questa richiesta, considerandoli tra i materiali politici proibiti dai regolamenti degli stadi. Tutti, però, danno per scontato che ai controlli sarà difficile rispettare alla lettera la consegna e non solo perché le bandiere sono facili da nascondere e possono, comunque, essere confuse. Davvero in extremis, poi, a poche ore dal fischio d’inizio nella prima partita con la Nuova Zelanda, è stata costretta a pronunciarsi pure la Corte Superiore della Contea di Los Angeles: udienza di grande urgenza dopo l’esposto dell’Institute for Voices of Liberty, un’associazione di dissidenti persiani, e di tale Sam Kermanian, un singolo tifoso iraniano intenzionato ad assistere alla partita bardato come non piace agli ayatollah. Il giudice Curtis A. Kin ha stabilito che il divieto Fifa debba rimanere in vigore, ma non sarà questo pronunciamento a far abbassare la temperatura. E non sarà il Mondiale a riunire mai questi due Iran senza pace.

bandiere sgradite allo stadio

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Alla fine, al SoFi di Los Angeles, per la sfida con la Nuova Zelanda, sono entrate tutte o quasi le bandiere dell’Iran pre-rivoluzionario: sono quelle dell’opposizione agli ayatollah e, di riflesso, ostili anche alla nazionale iraniana di oggi, accusata anch’essa di connivenza con il regime. Facile passare i controlli nel mega impianto in zona Inglewood, così è stato aggirato anche il divieto della Fifa, che era stato sollecitato dalla stessa federazione di Teheran: per il massimo governo del calcio le bandiere con la luna e il sole erano da considerare tra i materiali politici proibiti dai regolamenti degli stadi, tesi confermata qualche ora fa da un pronunciamento della Corte Superiore della Contea di Los Angeles. Al SoFi ci sono, dunque, molte più bandiere laiche e “proibite” rispetto a quelle “regolari” della Repubblica Islamica, con Allah in mezzo. Era esattamente quello che temeva la squadra di Taremi, che quando è sceso in campo per il riscaldamento ha ricevuto una accoglienza a metà: applausi misti a fischi, in uno stadio che non sarà strapieno come quello che ha accolto gli Usa al debutto.

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