Indurain: "Che sfide con Bugno, Chiappucci e Pantani. Pogacar? È già tra i più grandi"

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Il fuoriclasse spagnolo delle cinque maglie gialle consecutive vede lo sloveno grande favorito: "Il suo primo avversario sarà il Tour. Seixas? È davvero forte"

Pier Bergonzi

Giornalista

4 luglio - 14:27 - MILANO

Nel club esclusivo dei Giganti con cinque maglie gialle in bacheca, Indurain è il più giovane. Ed è l’unico che ha le vinte tutte e cinque di fila tra il 1991 e il 1995. Indurain siede alla stessa tavola rotonda di Cavalieri delle due ruote come Jacques Anquetil, Eddy Merckx e Bernard Hinault. Il quartetto di leggendari aspetta Tadej Pogacar, che a 28 anni ha già vinto quattro Tour e due volte ha chiuso al secondo posto, battuto da Jonas. Giusto per dire: nella storia del ciclismo non era mai capitato che due campioni si dividessero i primi due posti (dal 2021 al 2025) per cinque anni consecutivi… E se Pogacar è, per forza di cose, il grande favorito, Jonas che ha appena completato la Tripla Corona (ha vinto anche il Giro, dopo i Tour del 2022 e 2023 e la Vuelta 2025), sarà il rivale numero uno. Indurain oggi si gode la vita senza impegni ufficiali, e conta di essere oggi alla partenza del Tour de France numero 113. “Si parte da Barcellona con una spettacolare cronosquadre e ho promesso agli organizzatori della gara che ci sarò”, dice il grande navarro. “Già il giorno dopo, la corsa prevede l’arrivo in salita sul Montjuïc che metterà subito in fila i pretendenti alla maglia gialla. Sì, Pogacar, Vingegaard, Evenepoel e magari il giovane Seixas saranno già in prima fila”. 

Sarà la terza partenza dalla Spagna dopo San Sebastian 1992 e Bilbao 2023. 

“Ho un grande ricordo del via da San Sebastian, vicino alla mia Pamplona. Partivo in maglia gialla perché avevo vinto il Tour dell’anno precedente e sul percorso del prologo c’era una folla enorme con tanti miei tifosi. Venivo dal successo al Giro d’Italia e tutti volevano capire se fossi in grado di fare la doppietta nello stesso anno. Vinsi la crono di San Sebastian con pochissimi secondi su specialisti come Alex Zuelle e Thierry Marie. E alla fine conquistai il mio secondo Tour davanti a quell’inguaribile attaccante di Claudio Chiappucci e al mio amico Gianni Bugno. Con loro, ma potrei dirlo di tutti i miei rivali, ho ancora un buon rapporto”. 

Pogacar sarà il grande favorito. Merita un posto nel vostro club delle cinque maglie gialle? 

“Sicuramente. Tadej va sempre più forte e può contare su una squadra molto ben organizzata. È il punto di riferimento della sua generazione ed è già tra i più grandi di sempre nella storia del ciclismo”. 

L’avversario sarà sempre Vingegaard? 

“Il primo avversario di Pogacar è il Tour. Una corsa di tre settimane presenta un sacco di insidie. E poi ci sono i rivali. Certo, tra questi quello che ha più chance è sicuramente Vingegaard. E mi sembra che stia meglio rispetto alle ultime stagioni. L’anno scorso ha pagato la caduta al Paesi Baschi, questa volta ci arriva dopo aver stravinto il Giro. In salita sarà vera sfida”. 

Tadej va sempre più forte e può contare su una squadra molto ben organizzata. È il punto di riferimento della sua generazione ed è già tra i più grandi di sempre

E Seixas? A 19 anni può essere il terzo incomodo e puntare già al successo? 

“Difficile, ma sarà interessante scoprirlo. Il giovane francese è davvero forte e in futuro sarà uno di grandi protagonisti delle gare a tappe. Ma rispetto a Pogacar e a Vingegaard ha minore esperienza e può contare su una squadra che ha meno familiarità con queste situazioni. La sua presenza aggiunge però interesse alla corsa. Sono curioso anch’io di vedere quali margini di crescita abbia questo ragazzo”. 

Dove si deciderà questo Tour? 

“Pogacar, per indole, ci proverà tutti i giorni. Anche nelle tappe meno attese. Ma certo, il doppio arrivo in cima all’Alpe d’Huez potrebbe determinare quello che ancora ci sarà da decidere. Soprattutto la seconda tappa dell’Alpe, quella di sabato 25, ha un profilo molto impegnativo”. 

Il momento più bello dei suoi Tour de France? 

“L’arrivo di Parigi, in maglia gialla, nel 1991. In quella sontuosa atmosfera ho capito di aver vinto il mio primo Tour de France. Poi ne sono venuti altri quattro, ma nessun’altra emozione è stata forte come la prima”. 

E il giorno in cui è andato più forte? 

“Difficile scegliere. Forse nella crono di Lussemburgo del Tour 1992. Mi sono sentito al meglio, sotto ogni punto di vista. Guadagnai oltre tre minuti sul mio compagno di squadra Armand De Las Cuevas, che era uno specialista delle gare contro il tempo, e quasi quattro minuti su Bugno, avversario per la maglia gialla. Sono andato fortissimo anche nella crono di Bergerac, al Tour del 1994. In quell’occasione guadagnai due minuti su Tony Rominger e oltre quattro su De Las Cuevas…”. 

Chi è stato l’avversario più ostico? 

“Non posso sceglierne uno solo. Bugno per la sua classe e Chiappucci per il suo temperamento sono stati i primi. Poi ci sono stati Rominger, Zuelle e Jaskula, ma anche Ugrumov e Pantani. Marco in salita era davvero pazzesco”. 

Pogacar può conquistare il quinto Tour a 27 anni, quando cioè lei incominciava a vincere. Lui trionfa ogni volta che si presenta l’occasione, lei invece si accontentava di fare la differenza a cronometro e lasciava le tappe in linea agli avversari… 

“Ognuno ha il suo stile. E ai miei tempi c’erano molti, ma molti più chilometri a cronometro. In montagna io dovevo soltanto difendermi. Pogacar è un talento e ha il fisico ideale per le grandi corse a tappe. Io ero uno possente, alla Moser e all’inizio pensavano che fossi più adatto alle Classiche. Al Tour ci andavo per aiutare Pedro Delgado, poi ho vinto le tappe di montagna di Cauterets nell’89 e di Luz-Ardiden nel ’90 e ho capito che avrei potuto puntare pure alla classifica generale”. 

Pogacar può entrare nel club dei cinque Tour, ma, come a lei, gli manca una Vuelta… 

“È solo questione di tempo. Quando deciderà di correrla potrà vincerla come ha fatto Vingegaard. Io l’ho disputata tante volte, ma il miglior risultato è stato il secondo posto nel 1991 alle spalle di Melchor Mauri. Ai miei tempi la Vuelta si disputava in aprile, in montagna faceva ancora molto freddo e in più io soffrivo per i pollini. Le mie stagioni iniziavano con il primo vero caldo. Se avessi potuto correre la Vuelta tra agosto e settembre, le cose sarebbero andate diversamente”. 

Vedremo se ci sarà l’occasione di vedere qualche altra tappa. A me piace andare anche in privato, in mezzo agli appassionati con un panino al salame e un bicchiere di vino

Avrebbe potuto vincere un sesto Tour? 

“Nell’89 andavo bene, ma avevo impostato la mia corsa in appoggio a Delgado, che aveva già conquistato la maglia gialla nell’88. Lo stesso discorso vale per il ’90. Andavo forte anche nel ’96, ma la corsa si è messa male e forse mi pesava la stanchezza accumulata in carriera. Peccato, perché in quell’anno c’era un arrivo di tappa a Pamplona…”. 

È stato uno dei motivi del suo ritiro alla fine della stagione 1996? Aveva soltanto 32 anni. Troppo presto? Si è mai pentito? 

“Ma no, non è stato per quello. Dopo la delusione al Tour, ho vinto il titolo olimpico della cronometro ad Atlanta. Ho deciso di smettere perché sentivo che quello fosse il momento giusto. In fondo, se guardate alla storia del ciclismo anche Hinault si è ritirato a 32 anni. Anquetil e Merckx, dopo quell’età, hanno smesso di vincere le grandi corse. Il nostro era un ciclismo più dispendioso. Correvamo di più e intensamente da febbraio a ottobre”. 

Andrà a vedere altre tappe di questo Tour de France? 

“Sicuramente, appunto, quelle di oggi e di domani, la cronosquadre iniziale di Barcellona e l’arrivo sul Montjuïc di domenica. E poi farò subito ritorno a Pamplona per la festa di San Firmin! Vedremo come si mette la corsa e se ci sarà l’occasione di vedere qualche altra bella tappa. A me piace andare anche in privato, sui Pirenei o sulle Alpi, in mezzo agli appassionati con un panino al salame e un bicchiere di vino”.

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