In Serie A non si segna più: tra addii, infortuni e bomber in crisi quanti gol in meno!

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Arrivati alla 28ª giornata, un solo attaccante ha raggiunto la doppia cifra: Lautaro Martinez. Il totale dice che i centri sono 683, ne mancano 62 rispetto a dieci anni fa

Vincenzo Di Schiavi

Giornalista

11 marzo - 12:20 - MILANO

C’era una volta il gol. Almeno in Serie A dove si segna poco, per non dire pochissimo. L’inesorabile flessione che scandisce la stagione 2025-26 merita una profonda riflessione. Che succede? Perché tanta carestia? Goal, in inglese, significa scopo, obiettivo. Abbiamo forse smarrito il fine ultimo del gioco? Partiamo innanzitutto dai dati.

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La scorsa stagione alla 28a giornata i gol complessivi erano 745, quest’anno sono 683. Saldo: -62. Ancora più impressionante il confronto con l’annata 2020-2021 quando la produzione totale aveva toccato, sempre alla 28a giornata, 837 reti. Parliamo quindi di ben 154 gol in più. Andando poi nel dettaglio delle squadre si scopre che, tra quest’anno e la stagione passata, l’Atalanta ha segnato 24 reti in meno, la Lazio è a -22, il Parma a -14, la Fiorentina ne ha 13 in meno e il Bologna è a -7. La Roma fa segnare un -5, mentre il Napoli è sotto di due reti rispetto alla cavalcata tricolore. Fa rumore, su tutti, la regressione che accompagna la Dea, che però suggerisce una banale riflessione: chi segnava, e tanto, con Gasperini, ora non c’è più. A questo punto del campionato Retegui aveva già 22 reti e Lookman 13. In picchiata anche la Lazio: i soli 28 gol fatti stanno alla base di una stagione incolore in campionato e stridono con le ambizioni iniziali dettate pure dal ritorno di Sarri in panchina. L’anno scorso erano 50 a questo punto della stagione, divario non spiegabile solo con la cessione, comunque pesante, di Castellanos e di un faro come Guendouzi. Il Bologna di Italiano sconta l’annata ondivaga di Orsolini, un impianto meno performante e gli 8 gol e 4 assist di Ndoye ceduto al Forest. Ma il trend generale non può essere solamente riconducibile alle individualità. 

Delle venti squadre di A, solo sette presentano un saldo uguale o positivo. Più virtuoso di tutti è il Como che sfodera un +12 rispetto al 2024-2025, suggerendo una chiave di lettura. Fabregas, specie nelle ultime uscite, ha spesso rinunciato alla prima punta, schierando là davanti Paz o addirittura Caqueret, ancorando la produttività offensiva più alla filosofia di gioco che alle caratteristiche e al mestiere dei singoli. Fa un bel balzo pure il Genoa di De Rossi che squaderna un +8, mentre le tre big sostanzialmente si tengono in linea di galleggiamento. L’Inter conferma il proprio prolifico trend: 65 gol, uno in più rispetto all’anno scorso. La Juventus è a +5 e il Milan a +2, ma è il quadro d’insieme che resta allarmante. Nell’inesorabile parabola discendente mai negli ultimi dieci anni si era scesi sotto i 700 gol. Nelle prime undici giornate di campionato si sono contati ben diciassette 0-0, con il picco di quattro nel settimo turno ormai passato agli annali. Lì è stato stabilito il minimo storico di gol segnati con 11 marcature in dieci partite, scalzando il tetto di 13 gol registrato in quattro precedenti occasioni.

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E c’è un altro dato che fotografa, peraltro, la crisi di vocazione. Sempre allo sbarramento delle 28 giornate, il solo Lautaro ha scollinato la doppia cifra (14 gol), mentre nella stagione passata erano ben sette i giocatori con più di dieci reti: Retegui (22 gol), Kean (15), Thuram e Lookman (13), poi Lukaku, Lucca e Lautaro con 10 reti. All’appello mancano dunque soprattutto Moise (8 gol finora), sul cui passo claudicante si specchia in parte la sofferente stagione della Fiorentina e il Marcus interista che, dopo il grande avvio, si è mostrato meno costante (un gol nelle ultime 8 gare in campionato). Lucca ha salutato la Serie A, ma nella parentesi napoletana non aveva comunque ribadito le scintille prodotte con l’Udinese, mentre Lukaku fa storia a sé, considerando l’infortunio che lo ha tenuto fuori per gran parte della stagione. Ma tant’è: tra addii, infermerie piene e flessioni inaspettate, i numeri ci spiegano che solo il capitano dell’Inter rappresenta una garanzia di continuità. Alla fine della scorsa stagione i giocatori in doppia cifra furono ben diciotto. A dieci giornate dalla fine del campionato attuale quella quota pare pura utopia.

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