Il nuovo presidente federale lo ha scelto e aspetta una risposta. L’ex capitano sa che dovrà vivere l’incarico a tempo pieno
Ricominciare un discorso interrotto un po’ così: fischia male (eufemismo) il signor Byron Moreno e in mezzo al caos salutiamo il mondo nel 2002 pieni di lividi e il giusto veleno. Paolo Maldini era in campo a Daejeon, Corea del Sud, ultima recita in azzurro di un capitano da 126 battaglie senza gloria, se non sfiorata. Ricominciare qualcosa a cui si appartiene, senza volerlo, in modo naturale: a Paolo può andar bene così. La fumata bianca per salutare Giovanni Malagò sullo scranno più alto di via Allegri, casa della Federcalcio, ha avuto l’effetto domino di pensare altrove: chi sarà il nuovo direttore tecnico della Nazionale?
Full immersion
—
Ruolo inedito, altrove no, da noi sì. E ruolo delicato perché istituzionale, ma non solo: servono conoscenze, leadership, carisma per ricoprirlo perché si entra in contatto con lo spogliatoio e perché si decidono le sorti in panchina prima ancora che la partita cominci. Malagò vuole Maldini, Maldini ama l’azzurro: nel mezzo, la definizione di un accordo che accordo, di fatto, non è. Il motivo? Paolo ha vissuto l’emozione Nazionale dal marzo del 1988 al già citato giugno di quattordici stagioni dopo. E Maldini, in quasi tre lustri con l’Italia addosso, è arrivato terzo ai Mondiali del 1990, secondo quattro anni più tardi e secondo agli Europei del 2000, quelli vinti fino ad un amen dal sipario e dai supplementari con la Francia. Da qui un accordo che accordo non è: ciò che serve è trovare un punto di equilibrio e andare oltre. Il direttore tecnico azzurro, proprio perché figura mai avuta prima, deve sapere che per un biennio, poco più, la sua vita sarà tra le porte girevoli di Coverciano, là dove ci si allena per sentirsi sempre più grandi. Due anni e mezzo, poco più di dedizione totale ad una causa conosciuta in ogni sua angolatura o spigolatura: a casa Maldini va così.
Coraggio
—
L’effetto domino è anche nelle nomine: il presidente della Figc indica il direttore tecnico, il direttore tecnico sceglie il ct e, il ct deve passare l’esame del consiglio federale. Maldini d’Italia sarebbe la notizia più logica ora che c’è da ricominciare a sperare: sognare, forse, è un po’ troppo. Paolo si troverebbe, di nuovo, al centro di una scena che lo può portare là dove non è arrivato da giocatore: in una Coppa del Mondo con una posizione defilata solo in apparenza. Scegliere il commissario tecnico è mettersi in gioco più o come prima: una scelta giusta e difesa darebbe un senso a tutto il movimento. Sarà così? Malagò ha messo Paolo al primo posto della sua agenda, facendo un passo indietro che significa entrare in una parentesi, per certi versi rivoluzionaria, ma inevitabile: il politico fa il politico, il tecnico fa ciò che la sua storia gli permette. Ci vuole coraggio, ma è questa l’ora del coraggio: Maldini lo ha dimostrato quando, da direttore tecnico, si è ripreso il pass Champions con il Milan e quando, il Milan, ha riportato a vincere lo scudetto nel maggio del 2022: le conoscenze di cui parlavamo prima.
Che bivio
—
Ricominciare o riannodare i fili di un rapporto intenso e vero. Paolo riflette e rifletterà ancora per poche ore: poi, la scelta. Il senso di responsabilità lo mette davanti ad un bivio: se accetta, accetta come missione. Oggi, nelle ore del post elezioni federali, è lui il nome forte, fortissimo: chi meglio del capitano coraggioso può dare una mano ad una Nazionale dove i giovani dovranno trovare l’occasione per battere un colpo e dove i “senatori” dovranno cercare l’immediato riscatto dopo lo choc. Maldini conosce gli umori e conosce le regole non scritte: l’idea di dare un piccolo, grande contributo ad una causa”ferita”, ma con l’obiettivo di rinascere gli trasmette orgoglio e appartenenza. Di padre in figlio, verrebbe da dire. Di padre in figlio, ma con un passaggio mai visto prima: quello da direttore tecnico. Paolo riflette, Malagò lo ha già fatto: sostanza e immagine, l’Italia ne guadagnerebbe. Avrebbe voluto una partita di addio all’azzurro, non fu possibile. Avrebbe potuto partecipare al trionfo di Berlino 2006, non lo fece per riconoscenza nei confronti del Trap, suo ultimo ct in Corea, e perché non al meglio. Se non lo sei, ti tiri fuori: Maldini ragiona così.




