Il tennista azzurro, numero 22 del mondo, scrive per noi raccontando la sua stagione, dentro e fuori dal campo
Luciano Darderi
6 agosto - 10:16 - MILANO
In quest’età dell’oro del tennis italiano, abbiamo la fortuna di poter contare su diversi top player accanto a Jannik Sinner: atleti, ragazzi che hanno molto da dire. Come Luciano Darderi, 24 anni, numero 22 del mondo, argentino di nascita, ma italiano di formazione. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita nel circuito e ha accettato. Qui le puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta; quinta; sesta.
L’operazione alle tonsille mi costringe a un riposo forzato di due settimane. Salto il torneo del Queen’s e rientro a Maiorca, prima di Wimbledon. Sono testa di serie numero 1, batto Hanfmann ma perdo da Borges e mi rendo conto di quanto sia complicato tornare nel circuito dopo uno stop. La verità è che mi aspettavo un recupero più agevole, una cicatrizzazione più rapida. Invece i tempi si sono allungati rispetto a quello che mi era stato illustrato. Pur non avendo avuto un guaio muscolare, è stata dura ripartire. Fermare una macchina che corre a pieni giri e poi rimetterla in pista non è semplice. Il tennis è diventato talmente frenetico nei ritmi e la concorrenza è così spietata che, se ci si ferma un attimo, poi si perde il treno e bisogna avere pazienza nel riprendere l’andatura. Io arrivavo da una bella stagione sulla terra. Sul sito dell’Atp ho spulciato una statistica che mi inorgoglisce: 22 partite vinte sulla mia superficie preferita nel 2026, due in più di Zverev, tre in più di quel giovane fenomeno di Jodar, con la ciliegina della semifinale agli Internazionali d’Italia, il torneo dei miei sogni. Ma basta un contrattempo e il circuito non ti dà tregua. Qualcuno mi ha chiesto: perché operarti alle tonsille nel mezzo della stagione? Certo, avrei potuto aspettare a novembre, ma ho preferito togliermi il dente, forse anche spazzare via un alibi che mi ronzava nella testa.
Prima di Wimbledon, vengo invitato all’Hurlingham Club, a Fulham, per l’Armani Classic. Atmosfera bellissima, unica. È stato un viaggio nel tempo, in uno di quegli storici circoli dove si respira l’aria del nobile tennis, così diversa dalle mie abitudini. Ecco che arriva lo Slam sull’erba. Purtroppo il mio desiderio di eguagliare il terzo turno dell’anno scorso non viene esaudito, esco subito contro Quinn, che è un signor giocatore. Non avevo birra nelle gambe, mi scontro con le difficoltà di chi rientra nel tour dopo una pausa. Ma niente rimpianti, solo la consapevolezza delle difficoltà di rientrare nel tour dopo la pausa.
In questi giorni mi stanno appassionando molto i Mondiali di calcio. Li seguo alla tv, ogni volta che posso: visto che l’Italia è assente, faccio il tifo per l’Argentina. Ripenso al mio idolo Maradona e chiedo al mio manager Luca Del Federico di mettersi in contatto con il Napoli, tramite Armani, per farmi spedire una maglia personalizzata con il numero 10. Sono un grande tifoso del Napoli, anche perché gioco in Serie A con il Tennis Team Avino di San Giuseppe Vesuviano: i campi da tennis in cui si disputano le partite casalinghe del campionato sono proprio di fronte allo stadio Maradona.
Dopo Londra gioco due tornei sulla terra e il pensiero non può che tornare alle due fantastiche settimane del luglio 2025, quando conquistai due titoli Atp consecutivi. Per prepararmi al meglio torno nella città di mio nonno e mi alleno con papà Gino nel Circolo Tennis Fano, dove sono ormai di casa. A Bastad arrivo in finale ma perdo contro Rublev, Estoril è stata una tappa pazzesca. Contro Faria, nei quarti, mi ritrovo sotto 6-2 5-2. Aggancio il portoghese sul 5 pari, vado a bordo campo e chiedo un caffè, come avevo fatto al Foro Italico. Il mio portafortuna. A quel punto completo la rimonta e porto a casa una partita già persa. Ma in semifinale, contro Blockx, succede l’inverso. Dopo aver vinto il primo set, vado a servire per il match sul 5-3, ma mi faccio rimontare. E nel tie break decisivo, sul 4-0 per me, crollo. Quante occasioni sprecate, quanti rimpianti. Avrei voluto almeno vincere uno dei due tornei, dopo la doppietta dell’anno scorso. Meglio non pensarci.
È tempo di volare verso l’America. Decido di disputare il 250 di Los Cabos, in Messico, sul cemento. Ma contro Svrcina devo ritirarmi quasi subito per un infortunio al braccio. Dopo i Masters 1000 di Montreal e Cincinnati vedrò se giocare anche il 250 di Winston-Salem, prima degli Us Open. Sul cemento ho già compiuto un salto di qualità nei mesi scorsi, arrivando agli ottavi in Australia. Mi aspetto di far bene a New York e di confermare i progressi mostrati su questa superficie. Giocherò senza grandi pressioni perché non ho tanti punti da difendere: i 100 del terzo turno del 2025. Guardando più in là, l’obiettivo resta sempre quello di raggiungere la top ten. Per centrarlo dovrò ancora crescere, e tanto. Siamo solo all’inizio del percorso.



