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Con la riforma dello statuto e l'introduzione della figura dell’amministratore delegato il calcio italiano ha cambiato marcia, iniziando la rincorsa alle Leghe europee, in anticipo nella modernizzazione del sistema
Un tempo, tra i corridoi di via Rosellini, circolava una battuta: "Non si può spostare una penna dal tavolo senza passare dall’assemblea". In Lega regnava l’immobilismo, perché i presidenti si guardavano in cagnesco e non erano disposti a cedere nemmeno un millimetro del proprio territorio. Intanto il calcio diventava un’industria globalizzata, le concorrenti Premier, Liga e Bundesliga si modernizzavano e la Serie A poteva solo crogiolarsi in un’etichetta - "il campionato più bello del mondo" - ormai fuori moda. Le cose hanno cominciato a cambiare quando i club hanno deciso di riformare lo statuto, rivoluzionando la governance con l’istituzione della figura dell’amministratore delegato. Correva l’anno 2018. Pian piano, tra ritrosie, rallentamenti e l’impatto dell’emergenza pandemica, la Serie A ha iniziato a recuperare terreno. Oggi, entrando nella sede del quartiere Isola a Milano, si respira un’aria diversa: layout ripensati per accogliere i nuovi dipartimenti, età media decisamente più giovane. E a Lissone, appena fuori città, è sorto un polo di produzione all’avanguardia che cura tutti i servizi relativi ai contenuti video, audio e dati delle partite. Lo staff è più che triplicato, passando da 30 a oltre 100 persone. È cambiato anche il nome: non più Lega Nazionale Professionisti Serie A, ma Lega Calcio Serie A. "Rimettiamo il calcio al centro del nostro progetto: quando andiamo in giro per il mondo ci conoscono come Serie A o come calcio italiano", ha spiegato il presidente Ezio Simonelli.



