Scambi di campioni di urine e connivenze da parte dei medici e dell’agenzia antidoping georgiana: ne viene fuori un quadro inquietante. Secondo la Wada i continui scambi erano dovuti all’esigenza di "nascondere l'uso di sostanze stupefacenti a scopo ricreativo"
Francesco Palma
14 maggio - 17:17 - MILANO
In Georgia la bomba è scoppiata: sei giocatori della nazionale georgiana e il responsabile medico della squadra sono stati squalificati per doping per un totale di 36 anni in seguito all’indagine congiunta tra World Rugby e Wada, denominata “Operazione Obsidian”. I fatti risalgono al periodo precedente al Mondiale 2023 e hanno portato alla luce un sistema di scambi di campioni tra i giocatori con la complicità dell’agenzia antidoping georgiana e del responsabile medico della squadra. A pagare più di tutti sono il capitano di allora e oggi lottatore di MMA, Merab Sharikadze con 11 anni di squalifica, e la dottoressa Nutsa Shamatava, squalificata per 9 anni. Sanzioni pesanti anche per Giorgi Chkoidze (6 anni), Lasha Khmaladze, Otar Lashkhi e Miriani Modebadze, che hanno preso 3 anni. Squalifica più leggera per Lasha Lomidze, che ha preso 9 mesi e 15 giorni già scontati retroattivamente. Le squalifiche saranno retroattive a partire dal 2023 o dal 2024 a seconda dei casi, anche se molti giocatori non scendono in campo da due anni dopo l’inizio delle indagini.
il sistema
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Stando a quanto riportano Wada e World Rugby, i giocatori venivano anticipatamente avvisati dei controlli antidoping (anche 24 ore prima e oltre) dalla dottoressa Shamatava, che riceveva l’informazione da fonti dell’agenzia antidoping georgiana e lo comunicava ai giocatori attraverso messaggi e chat di gruppo, permettendo a chi era interessato dal controllo di organizzare lo scambio. Come riporta il comunicato ufficiale, i giocatori scambiavano i campioni di urina tra loro per "nascondere l’uso di sostanze stupefacenti a scopo ricreativo", e il capitano Sharikadze aveva un ruolo centrale nel “fornire i campioni di urina per altri giocatori”. In seguito alle analisi del Dna dei campioni la Wada ha scoperto che spesso le urine non appartenevano al giocatore indicato per il controllo antidoping, ma a dei compagni di squadra: in alcuni casi, addirittura, il donatore del campione non è stato identificato, mentre gran parte delle volte erano i sei giocatori squalificati a scambiarseli tra loro, anche grazie ad alcuni dipendenti dell’agenzia antidoping georgiana che avvisavano in anticipo gli atleti dell’arrivo dei controlli. Durissimo Witold Banka, presidente della Wada che ha definito “oltraggioso” quanto accaduto in Georgia: "La Wada accoglie con favore il recente lavoro portato a termine da World Rugby in quello che rappresenta uno scandalo per lo sport georgiano. Le squalifiche inflitte a questi individui sono rilevanti e inviano un messaggio forte a chiunque possa essere tentato di barare".
l'indagine
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Gran parte dei controlli “incriminati” risale al tra il 2022 e il 2023, come riportato nel comunicato di World Rugby: “La dottoressa Nutsa Shamatava ha aiutato e facilitato quattro giocatori – Miriani Modebadze, Lasha Lomidze, Otar Lashkhi e Merab Sharikadze – nella sostituzione dei campioni urinari descritta sopra. Ogni giocatore ha identificato la Dott.ssa Shamatava come l’organizzatrice della sostituzione dei campioni. Merab Sharikadze ha dichiarato a World Rugby che la Dott.ssa Shamatava lo aveva contattato ogni occasione, tramite messaggi o di persona, chiedendogli di fornire urina per gli altri giocatori. La Dott.ssa Shamatava ha fornito preavvisi relativi ai controlli antidoping fuori competizione imminenti tramite chat di gruppo ad almeno ventisei giocatori della nazionale georgiana maschile di rugby a 15, inclusi Giorgi Chkoidze, Lasha Khmaladze, Lasha Lomidze, Miriani Modebadze e Merab Sharikadze. Questi messaggi di preavviso furono inviati in almeno otto occasioni separate tra il 2022 e il 2023. In ogni caso, la Dott.ssa Shamatava avvisò i giocatori oltre 24 ore prima dei controlli programmati, comunicando i nomi dei giocatori selezionati e le date dei test. Tale comportamento ha compromesso gravemente l’efficacia dei controlli antidoping, poiché i test senza preavviso costituiscono un elemento fondamentale di un efficace protocollo”.


