Fontecchio: "Da star dell'Italia a specialista negli Heat, sta tutto nell'aggressività. L'Nba non è per tutti"

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L'ala azzurra: "Antetokounmpo a Miami è un’opportunità per fare qualcosa di importante. Non ho cercato nessuna altra offerta. Non c'è bisogno che porti la Heat Culture in azzurro: siamo tutti ragazzi con un'etica importante"

Giuseppe Nigro

Giornalista

24 agosto - 08:30 - MILANO

Avere il basket nel sangue non è il solito cliché quando si parla di Simone Fontecchio, figlio di una azzurra e nipote di un azzurro, Malì e Vittorio Pomilio, radici ataviche nella sua Pescara dove è tornato ieri nel giorno di riposo e dove dieci giorni fa ha intitolato un campetto al nonno. Che si ritrova anche sulla pelle in questa edizione della maglia azzurra che, per celebrare il centenario, riporta in piccolo i nomi di tutti i 490 uomini che l’hanno vestita: “Quello di mio nonno è proprio sotto quello di Galanda”, dice la stella della Nazionale, dove è tornato per questa finestra di qualificazioni mondiali (venerdì in Bosnia, lunedì prossimo a Pesaro con la Serbia), per la prima volta con Banchi in panchina, dopo la stagione Nba. La prima a Miami, ma non l’ultima: la scelta di restare agli Heat, dove si ritroverà come compagno nientemeno che Antetokounmpo, è stata un pezzo importante dell’estate. Vissuta come sempre sul lavoro individuale. E iniziata con la concessione inedita di qualche giorno alla Fashion Week milanese: essere l’unico giocatore italiano in Nba ne fa un ambasciatore in America del Made in Italy. “Che significa rappresentare certi valori, che sono quelli che mi ha trasmesso la mia famiglia: umiltà, spirito di sacrificio, serenità e personalità. Cose a cui tengo molto e che spero si riflettano anche in campo”. 

Cos’è il Made in Italy nel basket? Il ct Banchi si è presentato un anno fa dicendo di voler dare all’Italia uno stile riconoscibile. 

“Partiamo dall’idea che siamo una squadra che deve conquistarsi ogni singolo possesso, andando ad aggredire le altre squadre. Possiamo avere meno talento rispetto a chi come la Serbia ha Jokic e tanti giocatori di Eurolega, ma abbiamo un’identità difensiva abbastanza chiara che si è vista e ci deve caratterizzare. L’Italia è una squadra operaia che partendo dalla difesa riesce a trovare fiducia e gli sprazzi di talento che comunque abbiamo”. 

Che idea si era fatto da lontano di questo nuovo ciclo Italia? 

“Una buonissima impressione, soprattutto nell’ultima finestra la partita con la Lituania è stata una bellissima dimostrazione di quello che è questa squadra: tanto talento e tanta aggressività da mettere in difesa, con spirito da veri combattenti che non hanno mai mollato. Arrivare in gruppo mi ha confermato la serietà dello staff, e di Banchi che mi allena per la prima volta: sono rimasto molto colpito, in palestra c’è una competitività alta che vogliamo portare sempre più in partita”. 

È il momento in cui tanti ragazzi, anche in questo gruppo, scelgono di andare al college. Che scelta è, vista da chi era andato all’estero per affermarsi? 

“Sicuramente è una bellissima opportunità che io alla loro età non avevo avuto. Apre nuovi orizzonti non solo dal punto di vista economico ma anche per la qualità degli allenamenti sul piano sia tecnico che fisico che i college possono offrire, insieme alla possibilità di prendere una laurea. E’ un’occasione per un’esperienza di vita super che penso questi ragazzi debbano cogliere, se possono, coi piedi per terra e la consapevolezza che il 90% tornerà in Europa. Magari con un bagaglio tecnico e di vita più ampio”. 

Come si gestisce ogni anno il passaggio dal ruolo di specialista in Nba a quello di prima punta in Nazionale? 

“Serve sempre tempo per adattarsi anche dopo anni, ma il lavoro che faccio durante l’estate è prepararmi a questo momento in cui ho un ruolo diverso più con la palla in mano. Con Adam Filippi, che è anche nello staff della Nazionale, abbiamo lavorato su cercare di attaccare in movimento, la transizione, il post basso. L’idea è cercare di essere sempre aggressivo, muoversi senza palla, andare a rimbalzo, fare un taglio, creare più vantaggi possibile per me e per altri. E attaccare ogni possesso come mi chiede il coach”. 

Essere aggressivo, lo stesso che chiede Spoelstra a Miami. 

“Sì, lui in riferimento al mio tiro da fuori, in cui ha sempre creduto tanto. Un’iniezione di fiducia importante”. 

Si sente ambasciatore della famosa cultura Heat da portare in Nazionale? 

“No, alla fine in Nazionale ci sono tutti ragazzi con un’etica del lavoro importante, con voglia di migliorare, un gruppo solido di gente che si è costruita carriera importanti in Italia e in Europa con ottima mentalità: non c’è bisogno che porti niente”. 

È stata anche l’estate della scelta di restare a Miami.

“La mia volontà era restare in Nba, possibilmente a Miami. Le scelte della società sono state chiare dall’inizio facendo una mossa importante per prendere un Hall of Famer come Antetokounmpo. Io ho visto un’opportunità di poter giocare in una squadra che ha davvero ambizioni di titolo. Un’opportunità per me, per l’organizzazione, per la città a per la squadra di provare a fare qualcosa più importante. Da parte mia c’è grande eccitazione e curiosità per conoscerlo e vedere com’è giocare con lui. Il fatto che anche prima della free agency mi hanno voluto fortemente mi ha rassicurato e invogliato ancora di più a rimanere”. 

È rimasto agli Heat con un contratto di 2,6 milioni di dollari, sul mercato è facile ipotizzare proposte almeno 3-4 volte superiori. Quanto erano più alte altre offerte a cui ha rinunciato? 

“L’idea di tornare in Europa non l’abbiamo neanche presa in considerazione questa estate. Per cui non lo so neanche: non siamo andati a cercare nessuna offerta. Quando è arrivata questa opportunità di Miami ho accettato e basta”. 

Va verso i 31 anni, ha firmato un annuale. Quali sono i ragionamenti in prospettiva? 

“Al momento nessuno, in tutta onestà. Cerco semplicemente di godermi quello che ho davanti: queste due partite in Nazionale, poi un anno super eccitante dal punto di vista professionale. Sono felice che la mia famiglia possa stare due anni di fila nello stesso posto: il posto dove voglio stare e mi sento voluto e apprezzato. All’anno prossimo non penso minimamente”. 

L’anno scorso perse spazio col rientro di Herro, che è partito. Ma è in arrivo Klay Thompson. Che spazi immagina? 

“Le stagioni Nba sono lunghe, strane e può succedere di tutto. Abbiamo ancora un paio di posti a roster da riempire. L’anno scorso è stato particolare, ho alternato momenti in cui ero un pezzo fondamentale della rotazione ad altri in cui ero fuori. Ho imparato ad abbracciare questo ruolo e questo mondo: la Nba non è per tutti, non è semplice, ma se ci vuoi stare devi accettare certe dinamiche. Io a 31 anni le ho accettate completamente, ho le spalle abbastanza grosse”. 

Sembra il mantra su cui ha costruito la sua grande carriera Belinelli. 

“Beli in questo è di super ispirazione, ha fatto 13 anni in Nba sempre andandosi a conquistare ogni singolo minuto in campo. È la dimostrazione che non mollare e continuare a lavorare duro è la chiave per una carriera importante in Nba”. 

Vogliamo metterci alle spalle una volta per tutte quei due tiri liberi sbagliati con la Francia alla fine di quel quarto europeo del 2022 di cui parla sempre? 

“Se n’è già parlato abbastanza, non c’è bisogno”. 

Dopo questa finestra, la prossima volta che torna in Nazionale a fine stagione Nba potrebbe essere per il Mondiale in Qatar tra un anno. 

“L’importante è che queste due partite vadano bene, poi speriamo tutti che ci qualifichiamo per il Mondiale. Non è semplice, sappiamo che il cammino è difficile”. 

Se diciamo Los Angeles 2028? 

“È il grande sogno che ho nel cassetto: riuscire a partecipare a un’altra Olimpiade, specialmente quella di Los Angeles come fece mio papà nel 1984 nei 110 ostacoli. Ma è ancora più difficile, andiamo per gradi”.

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