Energia: il nucleare è davvero la soluzione? Cosa dice l'esperto

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Un approfondito contributo del professor Arturo Lorenzoni su QualEnergia riapre il dibattito su come produrremo l'elettricità per case e auto

Giuseppe Croce

17 luglio - 10:46 - MILANO

Con la sempre maggiore diffusione di auto elettriche, molti esperti del mercato dell'energia iniziano a chiedersi dove dovremmo trovare l'energia elettrica sufficiente ad alimentare un parco auto altamente elettrificato. Questo dibattito si inserisce perfettamente in quello più generale sul mix energetico italiano, da sempre basato su fonti fossili importate dall'estero. Il nucleare è da molti considerato l'opzione principe per riequilibrare tale mix, con la promessa di produrre abbondante energia elettrica a basso costo, ma rimane anch'esso fonte di grande e continua polemica, in particolare per i dubbi legati alla sicurezza. In questo scenario si inserisce il prezioso contributo di Arturo Lorenzoni, Professore di Economia dell’energia all’Università di Padova, autore di una lettera aperta pubblicata su QualEnergia, storica rivista sull'energia e la decarbonizzazione edita da Legambiente e Kyoto Club. Lorenzoni, che nel 1987 votò a favore del nucleare, porta oggi una riflessione disincantata, frutto di 35 anni di studio nel settore, spiegando a un ipotetico giovane lettore perché le prospettive di questa industria siano profondamente cambiate rispetto al passato.

UNA FONTE SOVRASTIMATA?

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Secondo Lorenzoni, l'evoluzione tecnologica e i numeri globali smentiscono in larga parte le immense aspettative che ciclicamente tornano a circondare l'energia nucleare. Analizzando i dati su scala mondiale, la quota di energia elettrica prodotta tramite il nucleare ha subito un inesorabile declino, passando da un picco vicino al 18% alla fine degli Anni 90 fino ad arrivare ad appena il 9% nel 2025. Persino nelle previsioni più ottimistiche dell'Iea (Agenzia Internazionale per l'Energia), questa percentuale non è stimata in risalita oltre il 10% nei prossimi due decenni. Tra il 2016 e il 2025 sono entrati in funzione a livello globale 61 nuovi reattori, in grado di produrre circa 500 TWh di energia elettrica all'anno. Al contrario, nel solo anno 2025 sono stati connessi alla rete mondiale 647 GW di impianti fotovoltaici, capaci di generare da soli circa 900 TWh all'anno, una quantità di energia pari a quella prodotta da ben 110 reattori nucleari. In un singolo anno, il fotovoltaico ha installato quasi il doppio della nuova capacità di generazione che il nucleare ha costruito in dieci anni, perché realizzare impianti fotovoltaici è immensamente più semplice. A livello globale, continua il professore, il numero di reattori attivi è rimasto praticamente invariato, passando da 413 nel 2014 a 417 nel 2024 (di fatto, si stanno soltanto sostituendo i vecchi impianti, con un netto spostamento del baricentro produttivo dai Paesi occidentali verso le economie emergenti dell'Asia). L'attività di costruzione è oggi dominata da Russia, Cina e Corea, tanto che, dei nove nuovi reattori avviati nel 2024, ben sette sono cinesi e due sono russi. Anche dal punto di vista tecnologico, continua Lorenzoni, il nucleare non fa grossi passi avanti: mentre solare, eolico, sistemi di accumulo e reti digitali registrano innovazioni sorprendenti, il cuore della tecnologia nucleare tradizionale è rimasto ancorato agli Anni 70. Per quanto riguarda i reattori Smr (Small Modular Reactors), invece, il professor Lorenzoni sospende il giudizio: sono ancora lontani dalla fase commerciale, quando entreranno realmente in funzione si vedranno i numeri.

IL NUCLEARE È DAVVERO SICURO?

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Il tema della sicurezza rappresenta storicamente il più grande interrogativo dell'industria nucleare. Da un punto di vista puramente statistico, viene spesso ripetuto che la probabilità di un incidente è pari a una su 10 milioni, e lo stesso Lorenzoni ammette che abiterebbe tranquillamente vicino a un impianto. Tuttavia, l'analisi storica degli eventi obbliga l'esperto a riflettere più in modo più approfondito rispetto ad un commentatore ordinario: nella storia recente si sono già verificati tre incidenti di enorme portata. A Three Mile Island (1979) i protocolli operativi non erano ben definiti; a Chernobyl (1986) gli operatori hanno agito forzando gravemente ogni regola di sicurezza; a Fukushima (2011) è emersa un'ingenuità progettuale che si è rivelata letale, con tutte e tre le ridondanze di emergenza per il raffreddamento del nocciolo che sono state compromesse simultaneamente, poiché esposte allo stesso prevedibile rischio di allagamento. A questi pericoli si aggiungono oggi nuovi scenari geopolitici allarmanti, come ha ricordato la Iea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) mettendo in guardia sui potenziali rischi di danneggiamento di natura militare in seguito all'invasione russa in Ucraina. Nella pratica, quindi, sebbene gli impianti nascano per essere estremamente sicuri sulla carta, la realtà introduce una miriade di variabili imprevedibili che rendono i calcoli delle probabilità di incidente complessi e forse inaffidabili. Un'ulteriore questione riguarda l'ingombro reale di questi impianti: se le fonti rinnovabili occupano territorio in modo esteso, il vero impatto territoriale del nucleare va calcolato non sui pochi ettari dell'impianto, ma sulle vastissime aree interessate dai complessi piani di evacuazione e radioprotezione in caso di emergenza.

IL NUCLEARE È DAVVERO ECONOMICO?

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Dal punto di vista puramente economico, i dati citati da Lorenzoni smentiscono categoricamente l'immagine del nucleare come una fonte di energia a basso costo. Il primo grande segnale di debolezza è rappresentato dall'impossibilità di gestire il rischio finanziario sul libero mercato: oggi non esiste alcun soggetto finanziario privato disposto ad assicurare in autonomia una centrale nucleare senza l'intercessione dei governi. Sorprendentemente, a differenza di ogni altra tecnologia industriale che diventa più economica grazie alle economie di scala, il nucleare è l'unica tecnologia il cui costo è aumentato vertiginosamente negli ultimi 20 anni. Questa anomalia è dovuta a una filiera produttiva immensamente complessa, che non è mai riuscita a semplificare i propri processi. Il caso della centrale inglese di Hinkley Point C (Inghilterra) è emblematico: il contratto siglato dal governo nel 2013 assicurava un prezzo indicizzato di 92,5 sterline al MWh, che oggi è lievitato a 133 £/MWh (circa 154 €/MWh) e chissà a quanto arriverà quando l'impianto entrerà in funzione, teoricamente nel 2030, a ben 13 anni dall'apertura del cantiere. I costi di costruzione sono più che raddoppiati, balzando da 18 miliardi di sterline nel 2017 a ben 46 miliardi nel 2026, arrivando a costare oltre 14 milioni di sterline per singolo MW installato. Anche guardando alla Francia, i nuovi accordi governativi garantiscono rimborsi fino a 78 €/MWh per l'energia prodotta da centrali nucleari obsolete e già ammortizzate, un valore ben superiore alla media di mercato di 61 €/MWh registrata nel 2025. Col passare degli anni, quindi, l'energia elettrica prodotta da fonte nucleare costa di più e non di meno. Al contrario, i prezzi delle rinnovabili in Italia sono in forte discesa: le aste del Gse di dicembre 2025 hanno assegnato contratti per il fotovoltaico a un prezzo incredibilmente basso di 56,8 €/MWh (72,8 €/MWh per l'eolico), numeri considerati "inarrivabili" per il nucleare odierno. Aggiungendo a queste cifre il costo per i sistemi di accumulo elettrico, che in Italia si attesta intorno a soli 13 €/kWh all'anno, secondo Lorenzoni le fonti rinnovabili restano la scelta economicamente più razionale.

L'ITALIA PUÒ TORNARE AL NUCLEARE?

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L'idea di riportare la produzione nucleare in Italia è gravata da ostacoli estremamente severi. Come chiarisce il Professor Lorenzoni, pensare di poter inaugurare nuove centrali nucleari italiane e produrre energia prima del 2040 è semplicemente un atteggiamento "irresponsabile". Analizzando i tempi virtuosi della Francia nel sito di Penly, per cui i lavori preparativi sono iniziati nel 2024 e la prima energia non arriverà prima del periodo 2035-2038, si calcolano tra gli 11 e i 14 anni di lavori per un Paese che non ha mai smesso di costruire centrali. Inoltre, finanziare tali opere in Italia significherebbe un drastico ritorno all'energia di Stato, in aperto contrasto con la politica di liberalizzazione energetica adottata in Europa fin dagli Anni 90. C'è poi il cruciale problema della totale dipendenza dall'estero per le materie prime, in un'epoca di continue crisi geopolitiche. I reattori richiedono la sostituzione di parte del combustibile ogni 18 mesi e l'Italia non avrebbe fornitori domestici a cui rivolgersi. Attualmente, il 43% della capacità mondiale di arricchimento dell'uranio è saldamente nelle mani della Russia, costringendo persino gli Stati Uniti a importare ancora oggi un quarto del proprio fabbisogno da Mosca, nonostante l'embargo per la guerra ucraina. Affidarsi al nucleare significherebbe dipendere mensilmente da Stati esteri per mantenere accese le proprie centrali, all'interno di un mercato strettamente controllato dai governi, in cui l'industria italiana non troverebbe alcuno spazio d'azione. Infine, rimane irrisolto il gravoso fardello della gestione delle scorie. In Italia, la Sogin (la società pubblica incaricata dello smantellamento delle vecchie centrali) prevede di completare i propri lavori di bonifica unicamente nel 2052. Questo cantiere ultradecennale comporterà investimenti stimati in 11,38 miliardi di euro, di cui 5 miliardi sono già stati spesi dal 1999 ad oggi, senza aver completato alcuno smantellamento significativo. Alla luce di tutte queste enormi complessità, dalle criticità nella fornitura di combustibile ai tempi dilatati, Lorenzoni conclude con fermezza che l'organizzazione stessa della complessa filiera nucleare è intrinsecamente debole per affrontare le esigenze del nostro tempo. Secondo il professore, però, oggi abbiamo a disposizione alternative basate sulle rinnovabili e sugli accumuli che sono nettamente meno costose, molto meno complesse da implementare e molto più facili da gestire sul piano dell'accettazione sociale, e non richiedono di attendere decenni per abbattere efficacemente l'uso di fonti fossili inquinanti.

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