
Le barriere commerciali in campo farmaceutico rischiano di penalizzare i pazienti più vulnerabili
Giacomo Martiradonna
4 aprile - 15:03 - MILANO
In un contesto globale sempre più interconnesso, le politiche commerciali protezionistiche che segnano il nuovo corso degli Stati Uniti rischiano di innescare dinamiche complesse e dalle conseguenze potenzialmente gravi, soprattutto in settori delicati come quello sanitario. In particolare, si teme che l'imposizione di dazi sui prodotti farmaceutici possa danneggiare non solo le industrie coinvolte, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, ma soprattutto i pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche o residenti in aree depresse. L'esenzione da tali oneri per i farmaci era stata infatti un elemento cardine degli accordi commerciali internazionali, sancita dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), proprio per assicurare la massima disponibilità di cure essenziali a livello planetario.
L'effetto dei dazi di Trump sui farmaci
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L’ordine esecutivo emanato di recente dall'amministrazione Trump impone un dazio aggiuntivo del 10% su tutte le merci importate negli Stati Uniti. Sebbene alcuni beni, inclusi determinati farmaci, siano elencati tra quelli potenzialmente esclusi dall’aliquota, l’effettiva portata del provvedimento rimane ambigua, anche a causa della formulazione volutamente generica nella parte delle esclusioni. In assenza di chiarimenti, l’incertezza normativa potrebbe da sola incidere negativamente sulle catene di approvvigionamento.
Ad essere esposto è soprattutto il settore dei farmaci generici ed equivalenti, che costituisce circa il 90% del mercato statunitense in termini di volumi. Caratterizzato da un'elevata competizione e da margini estremamente ridotti, questo comparto ha già visto una flessione del valore delle vendite pari a oltre 6 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. L’introduzione di costi aggiuntivi legati ai dazi rischia di mettere ulteriormente sotto pressione una filiera già fragile, il che a sua volta avrà ripercussioni tanto sulla sostenibilità delle aziende quanto sulla disponibilità globale dei farmaci.
La Dipendenza USA dalle Importazioni
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Attualmente, circa il 70% dei principi attivi farmaceutici (API) importato negli USA viene prodotto all’estero: il 15% in Cina, il 25% nell’Unione Europea e il 30% in India. Si tratta di centinaia di molecole di largo utilizzo, insostituibili nel trattamento di svariate malattie croniche; e l’Europa, con l'Italia tra gli attori principali, rappresenta l’unico fornitore stabile.
L’imposizione di dazi anche su queste importazioni, oltre a penalizzare direttamente i partner commerciali europei, potrebbe avere un effetto controproducente per gli Stati Uniti stessi. Limitare le forniture da Paesi alleati e dotati di una normativa affidabile, infatti, finirebbe per accrescere la dipendenza da altri attori, come la Cina, riducendo ulteriormente i margini di manovra in termini di sicurezza e autonomia sanitaria.
E anche se si volesse ipotizzare una rilocalizzazione rapida della produzione negli USA, spiegano gli esperti, ci vorrebbero comunque anni, ingenti investimenti e un tessuto industriale che non sempre è preparato ad accogliere simili riconversioni. È un equilibrio delicato, quello tra industria del farmaco e salute pubblica, che richiederebbe tatto, cautela e lungimiranza; la fretta, in questi casi, sarà anche molto scenografica ma è una pessima consigliera.