Dossena: "Nuovo Toro, mi piaci. L'attacco è super, così D'Aversa può fare bene"

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L'ex granata giudica il nuovo corso: "Bisogna costruire intorno a Zapata, Simeone e Adams. Quando si cambia tecnico si azzera tutto. Giusto mettere le regole al centro del gruppo"

Simone Battaggia

Giornalista

25 marzo - 08:27 - MILANO

Pressione, inserimenti, ripartenze. Sono alcune delle basi su cui Roberto D’Aversa sta ricostruendo l’identità offensiva del Torino ed erano anche le qualità di Beppe Dossena, centrocampista campione del Mondo nel 1982, figlio del Filadelfia con 177 partite giocate in Serie A per i granata, oggi opinionista. Dossena è un osservatore attento di una squadra che, dopo un periodo di difficoltà, con l’avvicendamento in panchina sembra aver cambiato marcia, con le due vittorie su Lazio e Parma e due sconfitte comunque piene di contenuti, come quelle patite contro il Napoli e il Milan. "Io continuo a dire che lì davanti la squadra è molto forte — sottolinea l’ex azzurro, 38 presenze in Nazionale con un gol —. L’allenatore può scegliere qualsiasi soluzione, può giocare con due o anche tre attaccanti. Che Adams è un buonissimo giocatore, Zapata aveva bisogno di recuperare, Simeone poi è una garanzia. La squadra deve creare le condizioni a questi tre giocatori di esprimersi, deve costruire attorno a questo reparto e cercare di non subire. Vedere la squadra così in basso per me era già una sorpresa. Secondo me qualche scalpo eccellente lo può prendere ancora". 

In cosa è cambiato il Torino con Roberto D’Aversa?

"Quando c’è un cambio tecnico in corsa si azzera tutto, anche gli eventuali problemi, le incomprensioni, le diatribe. Per l’allenatore che subentra diventa più facile lavorare, c’è terreno fertile. Poi però nel tempo occorre continuare, proteggere questo dono. Gli allenatori lo sanno. Chi fino a quel momento è stato impiegato poco ha qualche speranza in più di giocare e quindi la qualità degli allenamenti aumenta, il livello si alza e ne beneficiano tutti". 

In queste settimane sono emersi alcuni aspetti importanti. Il primo è l’importanza di un lavoro atletico più strettamente personalizzato. 

"Questo è il futuro. Nessuno di noi è uguale all’altro, avviene nella preparazione di un atleta così come nei rapporti tra le persone. Visto il numero di professionisti che compongono gli staff, occorre ricercare questo tipo di approccio. La strada è questa: personalizzare quando si può, tenendo comunque spazio anche per i momenti comuni". 

Un altro punto su cui sta insistendo D’Aversa è rafforzare l’importanza delle regole nella vita del gruppo. 

"Come prima cosa un allenatore deve sforzarsi di capire ciò che succede nel calciatore che ha di fronte. Lì dove non deve transigere, però, è nei principi. Se si passa sopra a una regola fondamentale del gruppo, ad esempio al rispetto degli orari e di certi comportamenti, alla fine si erode il patrimonio di rapporti che è stato creato. Tre o quattro principi devono essere messi a prescindere e su quelli un allenatore deve essere spietato. Nessuno all’interno del gruppo deve superare quei limiti. Nel primo giorno in cui un allenatore entra nello spogliatoio, i giocatori gli fanno subito la radiografia. Presto sanno chi è, cosa possono aspettarsi da lui, come si devono comportare. Poi magari provano pure a demolirla, quella figura che sta davanti a loro. Per questo i principi devono rimanere al di sopra di tutto questo". 

Como?s  Torino?s Cesare Casadei during the Serie A soccer match between Como and Torino at the Giuseppe Sinigaglia stadium in Como, north Italy - January 24, 2026 Sport - Soccer. (Photo by Antonio Saia/LaPresse)

A centrocampo il Torino ha due 2003 e due 2004: Prati, Casadei, Gineitis e Ilkhan. Come li valuta? 

"Se sono bravi i giovani giocano. La mia sensazione, in generale, è che gli stranieri abbiano una maturazione diversa rispetto alla nostra. Mi sembrano pronti, preparati. Al Toro comunque vedo grande qualità e i risultati stanno arrivando. Si può sperare che per questi ragazzi la maturazione avvenga prima possibile e che così esprimano tutto il loro potenziale". 

Cambiano gli allenatori ma Gineitis resta un punto fermo.

"Quelli bravi giocano sempre. Anzi, su questo facciamoci qualche domanda. Non parlo del Torino, parlo del campionato in generale: a volte si dice “facciamo attenzione, non bruciamo i giovani”, ma chi è bravo deve giocare". 

Torino's Lithuanian midfielder #66 Gvidas Gineitis (R) celebrates with teammates after scoring Torino's first goal during the Italian Serie A football match between Lazio and Torino at the Olympic Stadium in Rome on March 31, 2025. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP)

Un altro che sta avendo minuti importanti è Ilkhan.

"Nessun allenatore si gioca contro, chi decide vede i giocatori tutti i giorni e li valuta. Se qualcuno in Italia vuole prendersi il palcoscenico, deve conquistarlo. E a volte uno non gioca perché troppo facilmente concede agli altri di poterlo fare". 

La convince la posizione di Vlasic un po’ più avanzato, da mezzala a trequartista? 

"Le qualità del croato sono quelle, le conosciamo. Lui ha tutte le possibilità di muoversi come vuole in quei settori".

E poi c’è Casadei, che nel 2026 ha segnato tre gol iniziando da titolare quattro partite. Come è cambiato nell’arco di un anno?

"Ora si deve prendere la scena. Con le caratteristiche che ha deve diventare un giocatore professionista di altissimo livello. Quando passano gli anni è brutto avere rimpianti. Deve dimostrare quello che è. Magari su questo, involontariamente, un po’ di freno a mano tirato lo ha, ma deve prendere coscienza delle qualità che possiede".

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