Dopo un infortunio al crociato, tornare in campo non basta: cosa serve per tornare quelli di prima

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Tornare in campo e tornare al proprio livello di prestazione sono due traguardi diversi. Il secondo è più complesso e dipende anche dal cervello

Dr. Marco Gastaldo*

17 luglio - 18:07 - MILANO

Anche i Mondiali 2026 hanno riportato sotto i riflettori uno degli infortuni più temuti dagli sportivi: la rottura del legamento crociato anteriore. Alcuni giocatori, come il belga Amadou Onana, si sono fermati durante il torneo. Altri, da Rodrygo a Xavi Simons, hanno dovuto rinunciare ai Mondiali ancora prima di scendere in campo. Quando succede, la prima domanda è sempre la stessa: quando potrà tornare in campo?

Nel calcio professionistico, dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore, il rientro avviene in media tra i sette e i nove mesi. Ma questo dato racconta solo una parte della storia. C'è una domanda ancora più importante: quando un atleta torna davvero quello di prima? Tornare in campo e tornare al proprio livello sono due traguardi diversi. Il primo si misura con il calendario. Il secondo dipende da un recupero molto più complesso, che coinvolge non solo il ginocchio, ma tutto il sistema che controlla il movimento.

Gli specialisti distinguono infatti due fasi. La prima è il return to sport, cioè il ritorno alle competizioni. La seconda è il return to performance: il momento in cui l'atleta riesce di nuovo a esprimersi ai livelli precedenti all'infortunio, o addirittura a superarli. È una distinzione ormai consolidata nella medicina dello sport e descritta anche in una revisione pubblicata nel 2019 sul British Journal of Sports Medicine.

Marco Gastaldo

Perché alcuni atleti non tornano più quelli di prima dopo la rottura del crociato?

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Quante volte abbiamo visto un campione rientrare dopo mesi di assenza e impiegare un'intera stagione prima di ritrovare brillantezza e sicurezza? I numeri spiegano perché succede.

Dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore, circa il 90% dei calciatori professionisti torna a giocare. Ma solo poco più della metà recupera davvero il livello di rendimento precedente. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 sull'Orthopaedic Journal of Sports Medicine, nelle due stagioni successive al rientro molti giocatori disputano meno minuti e rendono meno rispetto a prima dell'infortunio. Solo dalla terza stagione, e non per tutti, le prestazioni tendono a tornare ai livelli iniziali. Questo cambia anche il modo di leggere il recupero di un atleta.

Quando un giocatore rientra dopo mesi di stop, il suo percorso non è finito. In molti casi è appena iniziata la fase più difficile: quella che lo porterà, passo dopo passo, a ritrovare davvero la sua prestazione. Perché il calendario dice quando un atleta può tornare in campo. La prestazione dice quando è tornato davvero.

Il vero problema? Il cervello deve imparare a fidarsi di nuovo

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Se il ginocchio è guarito, perché alcuni atleti continuano a muoversi con più cautela? Perché dopo una grave lesione non deve recuperare solo il legamento. Anche il cervello deve imparare di nuovo a controllare quel movimento.

Il legamento crociato, infatti, non serve soltanto a stabilizzare il ginocchio: invia continuamente informazioni al sistema nervoso sulla posizione dell'articolazione. Quando il legamento si rompe, questa comunicazione si interrompe e il cervello è costretto a trovare nuove strategie per controllare il gesto. È uno dei motivi per cui, anche dopo una riabilitazione ben eseguita, un atleta può esitare in un cambio di direzione, arrivare in ritardo su un appoggio o sentirsi meno sicuro nei movimenti più esplosivi.

Negli ultimi anni diversi studi hanno osservato proprio questo fenomeno. Una ricerca pubblicata sul Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy ha mostrato che, dopo la ricostruzione del crociato, il cervello tende ad affidarsi maggiormente alla vista e all'attenzione per controllare il movimento. In altre parole, gesti che prima erano automatici richiedono una concentrazione maggiore.

Isokinetic ritorno in campo dopo crociato

Perché oggi la riabilitazione è cambiata

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Se cambia il modo in cui il cervello controlla il movimento, deve cambiare anche la riabilitazione. Oltre al recupero di forza, mobilità e stabilità, oggi gli esercizi cercano sempre più di riprodurre quello che succede durante una partita: cambi di direzione improvvisi, stimoli visivi, decisioni da prendere in una frazione di secondo e situazioni imprevedibili.

Per questo sono sempre più utilizzati esercizi di dual task, nei quali l'atleta deve eseguire un movimento mentre, contemporaneamente, reagisce a uno stimolo o prende una decisione. In altri casi gli viene chiesto, ad esempio, di saltare verso un bersaglio invece di concentrarsi su come piegare il ginocchio. L'obiettivo è semplice: fare in modo che il gesto torni spontaneo, proprio come accade durante una gara.

È la direzione in cui si sta muovendo la riabilitazione sportiva moderna. Secondo una revisione pubblicata su Sports Medicine, integrare il lavoro fisico con esercizi che allenano anche attenzione e controllo del movimento permette di preparare meglio l'atleta alle richieste reali del gioco. Perché il recupero non finisce quando il ginocchio è forte. Finisce quando il corpo torna a muoversi con naturalezza.

La paura di rifarsi male può rallentare il recupero

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C'è poi un altro aspetto, meno visibile ma altrettanto importante: la componente psicologica. Dopo un grave infortunio è normale avere paura di un nuovo stop. Il timore di rifarsi male, noto come kinesiofobia, può influenzare il modo in cui un atleta corre, salta, cambia direzione e affronta i contrasti, anche quando il ginocchio è ormai guarito.

Può sorprendere, ma oggi sappiamo che la disponibilità psicologica al rientro predice il ritorno allo sport persino meglio di molti test fisici. Lo suggerisce uno studio pubblicato sul Journal of Sports Sciences, secondo cui fiducia, emozioni e percezione del rischio sono indicatori fondamentali per capire se un atleta è davvero pronto a tornare. Questo non significa che basti sentirsi sicuri. Al contrario, la fiducia deve procedere di pari passo con il recupero fisico. Quando questi due aspetti non sono allineati, aumenta il rischio che il ritorno in campo avvenga troppo presto o senza aver recuperato completamente.

Per questo la riabilitazione moderna non si limita a ricostruire un legamento o a recuperare la forza muscolare. Lavora anche sulla fiducia, perché solo un atleta che torna a credere nei propri movimenti può ritrovare davvero la sua prestazione.

*Medico Chirurgo, Fisiatra - Isokinetic Medical Group Torino - FIFA Medical Centre of Excellence

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